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Tratta
da: "40 storie nel deserto" di Bruno Ferrero
"Le cose che non
hai fatto".
Ricordi il giorno che presi a prestito la
tua macchina nuova e l'ammaccai?
Credevo che mi avresti uccisa, ma tu non
l'hai fatto.
E ricordi quella volta che ti trascinai alla
spiaggia, e tu dicevi che sarebbe piovuto, e
piovve?
Credevo che avresti esclamato: "Te l'avevo
detto!". Ma tu non l'hai fatto.
Ricordi quella volta che civettavo con tutti
per farti ingelosire, e ti eri ingelosito?
Credevo che mi avresti lasciata, ma tu non
l'hai fatto.
Ricordi quella volta che rovesciai la torta
di fragole sul tappetino della tua macchina?
Credevo che mi avresti picchiata, ma tu non
l'hai fatto.
E ricordi quella volta che dimenticai di
dirti che la festa era in abito da sera e ti
presentasti in jeans?
Credevo che mi avresti mollata, ma tu non
l'hai fatto.
Sì, ci sono tante cose che non hai fatto.
Ma avevi pazienza con me, e mi amavi, e mi
proteggevi.
C'erano tante cose che volevo farmi
perdonare quando tu saresti tornato dal
Vietnam. Ma tu non l'hai fatto.
Ma tu non sei tornato.
Una regola d'oro: passeremo nel mondo una
sola volta. Tutto il bene, dunque, che
possiamo fare o la gentilezza che possiamo
manifestare a qualunque essere umano,
facciamoli subito.
Non rimandiamolo a più tardi, né
trascuriamolo, poiché non passeremo nel
mondo due volte.
I testi e i commenti sono
di proprietà della casa editrice ElleDiCi.

Tratta da: "C'è qualcuno
lassù?" di Bruno Ferrero
"Ebbi lo scompartimento del treno tutto per
me. Poi salì una ragazza", raccontava un
giovane indiano cieco. "L'uomo e la donna
venuti ad accompagnarla dovevano essere i
suoi genitori. Le fecero molte
raccomandazioni. Dato che ero già cieco
allora, non potevo sapere che aspetto avesse
la ragazza, ma mi piaceva il suono della sua
voce". "Va a Dehra Dun?", chiesi mentre il
treno usciva dalla stazione. Mi chiedevo se
sarei riuscito a impedirle di scoprire che
non ci vedevo. Pensai: se resto seduto al
mio posto, non dovrebbe essere troppo
difficile. "Vado a Saharanpur", disse la
ragazza. "Là viene a prendermi mia zia. E
lei dove Va?". "A Dehra Dun, e poi a
Mussoorie", risposi. "Oh, beato lei! Vorrei
tanto andare a Mussoorie. Adoro la montagna.
Specialmente in ottobre". "Si, è la stagione
migliore", dissi, attingendo ai miei ricordi
di quando potevo vedere. "Le colline sono
cosparse di dalie selvatiche, il sole è
delizioso, e di sera si può star seduti
davanti al fuoco a sorseggiare un brandy. La
maggior parte dei villeggianti se n'è
andata, e le strade sono silenziose e quasi
deserte". Lei taceva, e mi chiesi se le mie
parole l'avessero colpita, o se mi
considerasse solo un sentimentaloide. Poi
feci un errore. "Com'è fuori?" chiesi. Lei
però non sembrò trovare nulla di strano
nella domanda. Si era già accorta che non ci
vedevo? Ma le parole che disse subito dopo
mi tolsero ogni dubbio. "Perchè non guarda
dal finestrino?", mi chiese con la massima
naturalezza. Scivolai lungo il sedile e
cercai col tatto il finestrino. Era aperto,
e io mi voltai da quella parte fingendo di
studiare il panorama. Con gli occhi della
fantasia, vedevo i pali telegrafici scorrere
via veloci. "Ha notato", mi azzardai a dire
"che sembra che gli alberi si muovano mentre
noi stiamo fermi?". "Succede sempre cosi",
fece lei. Mi girai verso la ragazza, e per
un po' rimanemmo seduti in silenzio. "Lei ha
un viso interessante", dissi poi. Lei rise
piacevolmente, una risata chiara e
squillante. "E' bello sentirselo dire",
fece. "Sono talmente stufa di quelli che mi
dicono che ho un bel visino!". "Dunque, ce
l'hai davvero una bella faccia", pensai, e a
voce alta proseguii: "Beh, un viso
interessante può anche essere molto bello".
"Lei è molto galante", disse. "Ma perchè è
così serio?". "Fra poco lei sara arrivata",
dissi in tono piuttosto brusco. "Grazie al
cielo. Non sopporto i viaggi lunghi in
treno". Io invece sarei stato disposto a
rimaner seduto li all'infinito, solo per
sentirla parlare. La sua voce aveva il
trillo argentino di un torrente di montagna.
Appena scesa dal treno, avrebbe dimenticato
il nostro breve incontro; ma io avrei
conservato il suo ricordo per il resto del
viaggio e anche dopo. I1 treno entrò in
stazione. Una voce chiamò la ragazza che se
ne andò, lasciando dietro di sè solo il suo
profumo. Un uomo entrò nello scompartimento,
farfugliando qualcosa. I1 treno ripartì.
Trovai a tentoni il finestrino e mi ci
sedetti davanti, fissando la luce del giorno
che per me era tenebra. Ancora una volta
potevo rifare il giochetto con un nuovo
compagno di viaggio. "Mi spiace di non
essere un compagno attraente come quella che
è appena uscita", mi disse lui, cercando di
attaccar discorso. "Era una ragazza
interessante", dissi io. "Potrebbe dirmi...
aveva i capelli lunghi o corti?". "Non
ricordo", rispose in tono perlesso. "Sono i
suoi occhi che mi sono rimasti impressi, non
i capelli. Aveva gli occhi cosi belli!
Peccato che non le servissero affatto... era
completamente cieca. Non se n'era accorto?"
Come due ciechi che fingono di vedere.
Quanti incontri tra esseri umani sono così.
Per paura di mettere allo scoperto ciò che
si è. E cosi si perdono gli appuntamenti
decisivi della vita.
Certi incontri accadono una volta sola.
I testi e i commenti sono di proprietà della
casa editrice ElleDiCi.

Autore: Piero Gribaudi - Libro: Il Libro
della Saggezza Interiore
Casa Editrice: Gribaudi Editore
Un uomo duramente provato dalla vita, il
quale aveva saputo mantenere sempre integra
la sua serenità e il suo coraggio, sentendo
avvicinarsi la fine chiamò intorno a sé i
figlioli, le nuore, i nipoti e i pronipoti e
disse loro:
"Voglio svelarvi un segreto. Venite con me
nel frutteto".
Tutti lo seguirono con curiosità e
tenerezza, poiché sapevano quanto il vecchio
amasse le piante. Con le poche forze rimaste
e rifiutando ogni aiuto, l'uomo cominciò a
zappare in un punto preciso, al centro del
verziere. Apparve un piccolo scrigno. Il
vecchio lo aprì e disse: "Ecco la pianta più
preziosa di tutte, quella che ha dato cibo
alla mia vita e di cui tutti voi avete
beneficiato".
Ma lo scrigno era vuoto e la pianticella che
l'uomo teneva religiosamente fra le dita era
una sua fantasia. Ciononostante nessuno
sorrise.
"Prima di morire", proseguì l'uomo, "voglio
dare ad ognuno di voi uno dei suoi
inestimabili semi".
Le mani di tutti si aprirono e finsero di
accogliere il dono.
"E' una pianta che va coltivata con cura,
altrimenti s'intristisce e chi la possiede
ne è come intossicato e perde vigore.
Affinché le sue radici divengano profonde,
bisogna sorriderle; solo col sorriso le sue
foglie diventano larghe e fanno ombra a
molti. Infine, i suoi rami vanno tenuti
sollevati da terra; solo con l'aiuto di
molto cielo diventano agili e lievi a tal
punto da non farsi nemmeno notare".
Il vecchio tacque. Passò molto tempo.
Nessuno si mosse. Il sole stava per
tramontare, quando il figlio maggiore disse
per tutti:
"Grazie, padre, del tuo bellissimo dono; ma
forse non abbiamo capito bene di che pianta
si tratti".
"Sì che lo avete capito. Mentre mi
ascoltavate e mi stavate intorno, ognuno di
voi ha già dato vita al piccolo seme che vi
ho consegnato. E' la Pianta della Pazienza".
.

Jerry era il tipo di persona che si ama e si
odia. Era sempre di buon umore ed aveva
sempre qualcosa di positivo da dire.
Quando qualcuno gli domandava come stava,
rispondeva: "Se stessi meglio, scoppierei!"
Era un manager unico, con un gruppo di
camerieri che lo seguivano ogni volta che
prendeva la gestione di un nuovo ristorante.
Il motivo per cui i camerieri lo seguivano
era che Jerry aveva un grande atteggiamento
positivo. Era un motivatore naturale, se un
dipendente aveva la luna storta, Jerry era
li' a spiegargli come guardare al lato
positivo della situazione.
Trovavo il suo stile molto strano e quindi
un giorno gli dissi: "Adesso basta! Spiegami
come fai ad essere sempre cosi' positivo,
qualunque cosa succeda?"
Lui mi rispose "Vedi, io sono cosi', quando
mi sveglio la mattina mi dico oggi hai una
scelta da fare: puoi decidere di essere di
buon umore o di cattivo umore, e scelgo di
essere di buon umore. Tutti i giorni mi
capita qualcosa di spiacevole, posso fare la
vittima oppure imparare qualcosa dai
problemi, io scelgo di imparare. Ogni giorno
qualcuno viene da me a lamentarsi, io posso
scegliere di subire passivamente le sue
lamentele o di trovare il lato positivo
della cosa, beh, io scelgo sempre il lato
positivo della vita."
"Si, vabbe'", dissi io, "ma non e' sempre
cosi facile!"
"Si invece," disse Jerry, "la vita e' tutta
fatta di scelte. A parte le necessita' piu'
o meno fisiologiche in ogni situazione c'e'
una scelta da fare. Sei tu a scegliere come
reagire in tutte le situazioni, a decidere
come la gente puo' influire sul tuo umore.
Sei tu che scegli se essere di buon umore o
di cattivo umore, e quindi in definitiva
come vivere la tua vita."
Per molto tempo dopo quell'incontro,
ripensai a quello che Jerry aveva detto, poi
un giorno lasciai il business della
ristorazione e mi dedicai ad un altra
attivita' in proprio; mi persi di vista con
Jerry, ma spesso ripensai a lui quando mi
trovavo nella situazione di scegliere
nella vita invece che subirla.
Diversi anni dopo, venni a sapere che Jerry
aveva commesso un errore imperdonabile per
un gestore di ristorante: aveva lasciato la
porta posteriore del ristorante aperta una
mattina, ed era stato
attaccato da tre rapinatori armati; mentre
cercava di aprire la cassaforte, le sue mani
sudate e tremanti dalla paura non riuscivano
a trovare la combinazione ed rapinatori,
presi dal panico, gli avevano sparato
ferendolo gravemente.
Fortunatamente Jerry era stato soccorso
rapidamente e portato immediatamente al
pronto soccorso. Dopo 18 ore di intervento
chirurgico ed alcune settimane di
osservazione, Jerry era stato
dimesso dall'ospedale con frammenti di
pallottole ancora nel suo corpo.
Incontrai Jerry circa sei mesi dopo
l'incidente, quandi gli chiesi come andava
mi disse "Se stessi meglio, scoppierei -
Vuoi dare un'occhiata alle cicatrici?"
Declinai l'invito, ma gli chiesi che cosa
gli era passato per la testa durante la
terribile esperienza.
"La prima cosa che pensai fu che avrei
dovuto chiudere la porta posteriore del
ristorante" mi disse Jerry, "poi, quando ero
gia' stato colpito e mi trovavo per terra,
mi ricordai che avevo due scelte: potevo
scegliere di vivere o di morire."
"Ma non avevi paura. Non sei svenuto?"
Jerry continuo': "Gli infermieri furono
bravissimi. Continuavano a dirmi che andava
tutto bene. Ma fu quando mi portarono sulla
barella in sala operatoria e vidi le
espressioni sulle faccie dei dottori e degli
assistenti, che mi spaventai veramente,
potevo leggere nei loro occhi ...dovevo
assolutamente fare qualcosa".
E cosa hai fatto?" gli domandai.
"C'era questa infermiera veramente grassa
che continuava a farmi domande, mi chiese se
ero allergico a qualche cosa. , io risposi,
a quel punto tutti dottori e le assistenti
si fermarono ad aspettare che finissi la mia
risposta... Io presi un respiro profondo e
con tutte le mie forze gli gridai ..."
Mentre ancora ridevano aggiunsi "Sto
scegliendo di vivere. Operatemi come se
fossi un vivo, non come fossi gia' morto".
Jerry e' sopravvissuto grazie alle capacita'
dei chirurghi, ma anche grazie al suo
atteggiamento positivo.
Ho imparato da lui che tutti i giorni
abbiamo la scelta di vivere pienamente.
Un attegiamento positivo, alla fine, vale
piu' di tutto il resto.
Voi avete due scelte adesso:
1. conservare questa storia.
2. spedirla alle persone a cui tenete di
piu'.
Autore: Anonimo

Autore: Piero Gribaudi - Libro: Il Libro
della Saggezza Interiore
Un soldato giovane e forte, mentre tornava a
casa dalla guerra percorrendo un sentiero in
un bosco, s'imbatté in un lupo famelico. I
due si guardarono a lungo negli occhi. Il
soldato pensò: "Ho ucciso molti nemici, ma
nessuno di loro aveva lo sguardo di questo
lupo"; il lupo pensò: "Ho una terribile
fame, ma non al punto da assalire un
soldato". E si passarono accanto senza
sfiorarsi.
Di lì a poco passò per il sentiero una
donna. Il soldato, ormai lontano, non poté
neppure avvertirla del pericolo. Dovette
assistere a una terribile scena: la donna,
aggredita di sorpresa, cadde riversa, e già
il lupo le stava azzannando la gola quando
si ribellò. Tra lei e il lupo avvenne un
corpo a corpo lungo come la notte e doloroso
come un'agonia. Il soldato volse altrove lo
sguardo, sentendosi mordere l'anima dalla
domanda: la propria prudenza non era stata
forse paura?
Passò molto tempo. Nell'aria stagnava un
silenzio pesante quando il soldato senti una
mano sulla spalla. Era la donna. Dilaniata
dal morsi, ansante ma vittoriosa e con due
occhi ancora più intensi di quelli del lupo.
"Dove hai trovato tanto coraggio?", le
chiese il soldato.
"Nella paura", sussurrò costei.
"Quanto era grande?"
"Come un fiume, era grande come un fiume".
Allora il soldato capi che il coraggio di
aver paura è cento volte più potente della
paura di aver coraggio.

Autore: Bruno Ferrero - Libro: La Vita è
Tutto Ciò che Abbiamo
Celebravano i 50 anni di matrimonio.
Erano felici, circondati da figli e nipoti.
Al marito fu chiesto quale fosse il segreto
di un matrimonio così duraturo. Il vecchio
signore chiuse un attimo gli occhi e poi,
come ripescando nella memoria un ricordo
lontano, raccontò.
"Lucia, mia moglie, era l'unica ragazza con
cui fossi mai uscito. Ero cresciuto in un
orfanotrofio e avevo sempre lavorato duro
per ottenere quel poco che avevo. Non avevo
mai avuto tempo di uscire con le ragazze,
finché Lucia non mi conquistò. Prima ancora
di rendermi conto di quello che stava
accadendo, l'avevo chiesta in moglie.
Eravamo così giovani, tutti e due. Il giorno
delle nozze, dopo la cerimonia in chiesa, il
padre di Lucia mi prese in disparte e mi
diede in mano un pacchettino. Disse: Con
questo regalo, non ti servirà altro per un
matrimonio felice.
Ero agitato e litigai un po' con la carta e
con il nastro prima di riuscire a scartare
il pacchetto.
Nella scatola c'era un grosso orologio
d'oro. Lo sollevai con cautela. Mentre lo
osservavo da vicino, notai un'incisione sul
quadrante: era un'esortazione molto saggia e
l'avrei vista tutte le volte che avessi
controllato l'ora".
L'anziano signore sorrise e mostrò il suo
vecchio orologio. C'erano delle parole un
po' svanite, ma ancora leggibili incise sul
quadrante. Quelle parole recavano in sé il
segreto di un matrimonio felice.
Erano le seguenti: "Di' qualcosa di carino a
Lucia".

Autore: Bruno Ferrero
- Libro: La Vita è Tutto Ciò che Abbiamo
Casa Editrice: ElleDiCi
"Mamma, guarda!" esclamò Marta, la bambina
di sette anni.
"Già, già!" mormorò nervosamente la donna
mentre guidava e pensava alle tante cose che
l'attendevano a casa.
Poi seguirono la cena, la televisione, il
bagnetto, varie telefonate e arrivò anche
l'ora di andare a dormire.
"Forza Marta, è ora di andare a letto!". E
lei si avviò di corsa su per le scale.
Stanca morta, la mamma le diede un bacio,
recitò le preghiere con lei e le aggiustò le
coperte.
"Mamma, ho dimenticato di darti una cosa!".
"Me la darai domattina" rispose la mamma, ma
lei scosse la testa.
"Ma poi domattina non avrai tempo!" esclamò
Marta.
"Lo troverò, non preoccuparti!" disse la
mamma, un po' sulla difensiva. "Buona
notte!" aggiunse e chiuse la porta con
decisione. Però non riusciva a togliersi
dalla mente gli occhioni delusi di Marta.
Tornò nella stanza della bambina, cercando
di non fare rumore. Riuscì a vedere che
stringeva in una mano dei pezzetti di carta.
Si avvicinò e piano piano aprì la manina di
Marta. La bambina aveva stracciato in mille
pezzi un grande cuore rosso con una poesia
scritta da lei che si intitolava "Perché
voglio bene alla mia mamma". Facendo molta
attenzione recuperò tutti i pezzetti e cercò
di ricostruire il foglio.
Una volta ricostruito il puzzle riuscì a
leggere quello che aveva scritto Marta:
"Perché voglio bene alla mia mamma. Anche se
lavori tanto e hai mille cose da fare trovi
sempre un po' di tempo per giocare. Ti
voglio bene mamma perché sono la parte più
importante del giorno per te".
Quelle parole le volarono dritto al cuore.
Dieci minuti più tardi tornò nella camera
della bambina portando un vassoio con due
tazze di cioccolata e due fette di torta.
Accarezzò teneramente il volto paffuto di
Marta.
"Cos'è successo?" chiese la bambina, confusa
da quella visita notturna.
"E' per te, perché tu sei la parte più
importante della mia giornata!".
La bambina sorrise, bevve metà della
cioccolata e si riaddormentò.
Chi è la parte più importante della tua
giornata?

Autore: Bruno Ferrero - Libro: L'Importante
è la Rosa
Casa Editrice: ElleDiCi
Dalla cucina, come al solito, la donna
disse: "E' pronto!"
Il marito, che leggeva il giornale, e i due
figli, che guardavano la televisione e
ascoltavano musica, si misero rumorosamente
a tavola e brandirono impazientemente le
posate.
La donna arrivò.
Ma invece delle solite, profumate portate,
mise in centro tavola un mucchietto di
fieno.
"Ma... ma!", dissero i tre uomini. "Ma sei
diventata matta?".
La donna li guardò e rispose serafica: "Be',
come avrei potuto immaginare che ve ne
sareste accorti? Cucino per voi da vent'anni
e in tutto questo tempo non ho mai sentito
da parte vostra una parola che mi facesse
capire che non stavate masticando fieno".
Per festeggiare il decimo anniversario del
matrimonio una donna chiese alla rivista
letta dal marito di pubblicare un messaggio
per lui. Eccolo: "Grazie, grazie amore mio,
perché se oggi sono una donna, una moglie e
una madre felice lo devo a te. Grazie perché
mi fai sentire sempre e dovunque l'unica
donna al mondo per te. Grazie perché mi fai
sentire bella. Grazie perché mi fai sentire
importante. Grazie per i tuoi sguardi
d'amore quando siamo in mezzo alla gente.
Grazie per i tuoi "Ti amo" lasciati qua e là
quando e dove meno me l'aspetto. Grazie
perché ci sei. Grazie per questi splendidi
anni d'amore".
Abbiamo un potere immenso: decidere la
felicità o l'infelicità delle persone che ci
stanno accanto. Di solito basta un "grazie"
detto o dimenticato.

Autore: Bruno Ferrero - Libro: A volte basta
un Raggio di Sole
Una sera, mentre la mamma preparava la cena,
il figlio undicenne si presentò in cucina
con un foglietto in mano.
Con aria stranamente ufficiale il bambino
porse il pezzo di carta alla mamma, che si
asciugò le mani col grembiule e lesse quanto
vi era scritto:
"Per aver strappato le erbacce dal vialetto:
Lire 5.000.
Per avere ordinato la mia cameretta: Lire
10.000.
Per essere andato a comperare il latte: Lire
1.000.
Per aver badato alla sorellina (tre
pomeriggi): Lire 15.000.
Per aver preso due volte ottimo a scuola:
Lire 10.000.
Per aver portato fuori l'immondizia tutte le
sere: Lire 7.000.
Totale: Lire 48.000".
La mamma fissò il figlio negli occhi,
teneramente. La sua mente si affollò di
ricordi. Prese una biro e, sul retro del
foglietto, scrisse
"Per averli portato in grembo per 9 mesi:
Lire0.
Per tutte le notti passate a vegliarti
quando eri ammalato: Lire 0.
Per tutte le volte che ti ho cullato quando
eri triste: Lire 0.
Per tutte le volte che ho asciugato le tue
lacrime: Lire 0.
Per tutto quello che ti ho insegnato, giorno
dopo giorno: Lire 0.
Per tutte le colazioni, i pranzi, le
merende, le cene e i panini che ti ho
preparato: Lire 0.
Per la vita che ti do ogni giorno: Lire 0.
Totale: Lire 0".
Quando ebbe terminato, sorridendo la mamma
diede il foglietto al figlio. Quando il
bambino ebbe finito di leggere ciò che la
mamma aveva scritto, due lacrimoni fecero
capolino nei suoi occhi.
Girò il foglio e sul
suo conto scrisse: "Pagato".
Poi saltò al collo della madre e la sommerse
di baci.
Quando nei rapporti personali e familiari si
cominciano a fare i conti, è tutto finito.
L'amore è gratuito, o non è.
"In un giorno caldo, preparai dei coni
gelato e dissi ai miei quattro figli che
potevano comprarli per un abbraccio. Quasi
subito, i ragazzi si misero in fila per fare
il loro acquisto. I tre più piccoli mi
diedero una veloce stretta, afferrarono il
cono e corsero di nuovo fuori. Ma quando
venne il turno di mio figlio adolescente,
l'ultimo della fila, ricevetti due abbracci.
Tieni il resto disse con un sorriso".

Autore: Bruno Ferrero - Libro: La Vita è
Tutto Ciò che Abbiamo
Casa Editrice: ElleDiCi
Ai piedi di una collina, una piccola casetta
era costruita di sale. In questa casetta
vivevano un uomo di sale e una donna di
zucchero. C'erano dei giorni in cui si
amavano e dei giorni in cui si detestavano.
Un giorno si misero a litigare furiosamente.
L'uomo prese un grosso bastone di sale e
cacciò la donna.
Gridava come un ossesso: "Vattene e fatti
una casa di mattoni!".
La donna se ne andò piangendo, ma non
troppo, perché le sue guance di zucchero
rischiavano di sciogliersi.
Si costruì una casetta di mattoni, poco
lontano dalla casetta di sale dell'uomo. Era
una casetta di mattoni molto graziosa, con i
balconi fioriti e il camino di pietra, ma la
donna era triste. Pensava notte e giorno
all'uomo di sale.
Un giorno si decise.
Andò alla casetta di sale e bussò alla
porta. Domandò all'uomo un po' di sale per
la minestra.
Ma l'uomo prese il suo grosso bastone di
sale e minacciò la donna: "Vattene
immediatamente o sarà peggio per te!".
La donna tornò a casa piangendo, ma non
troppo, per non rischiare di sciogliere le
sue guance di zucchero.
Il cielo, grande e pietoso, aveva assistito
alla scena e si commosse e cominciò a
piangere anche lui. Così cominciò a piovere.
A piovere a secchiate.
La graziosa casetta di sale cominciò a
sciogliersi. In fretta, fretta, l'uomo corse
verso la casetta di mattoni. Bussò alla
finestra: "Lasciami entrare, ti prego, o
questa pioggia mi farà fondere
completamente".
"Ah, ah! E' finita la festa" ridacchiò la
donna. "Tu mi hai rifiutato un po' di sale,
adesso arrangiati!".
Ma l'uomo riuscì a trovare parole così
gentili e tenere che la donna s'impietosì e
gli aprì la porta.
Si gettarono una nelle braccia dell'altro e
si scambiarono un lungo bacio dolce-salato.
Ma siccome l'uomo di
sale era bagnato fradicio si trovò incollato
alla donna di zucchero. Gli ci volle un bel
po' per asciugare e ritrovare la libertà.
Da quel giorno l'uomo di sale ha la bocca di
zucchero e la donna di zucchero ha la bocca
salata.
E non litigano più.
Sono proprio le differenze che fanno la
ricchezza strabiliante dell'amore.

Autore: Bruno Ferrero - Libro: Ma Noi
Abbiamo le Ali
C'era una volta una bambina che si chiamava
Cecilia. Il papà e la mamma della bambina
lavoravano tanto. La loro era una bella
famiglia e vivevano felici. Mancava solo una
cosa, ma Cecilia non se ne era mai accorta.
Un giorno, quando aveva nove anni, andò per
la prima volta a dormire a casa della sua
amica Adele. Quando fu ora di dormire, la
mamma di Adele rimboccò loro le coperte e
diede a ognuna il bacio della buonanotte.
"Ti voglio bene" disse la mamma ad Adele.
"Anch'io" sussurrò la bambina.
Cecilia era così sconvolta che non riuscì a
chiudere occhio. Nessuno le aveva mai dato
il bacio della buonanotte o le aveva detto
di volerle bene. Rimase sveglia tutta la
notte, pensando e ripensando: "È così che
dovrebbe essere".
Quando tornò a casa, non salutò i genitori e
corse in camera sua. Li odiava. Perché non
l'avevano mai baciata? Perché non
l'abbracciavano e non le dicevano che le
volevano bene? Forse non gliene volevano?
Cecilia pianse fino ad addormentarsi e
rimase arrabbiata per diversi giorni.
Alla fine decise di scappare di casa.
Preparò il suo zainetto, ma non sapeva dove
andare. Era bloccata per sempre con i
genitori più freddi e peggiori del mondo.
All'improvviso, trovò una soluzione. Andò
dritta da sua madre e le stampò un bacio
sulla guancia: "Ti voglio bene".
Poi corse dal papà e lo abbracciò:
"Buonanotte papà", disse, "ti voglio bene".
Quindi andò a letto, lasciando i genitori
ammutoliti in cucina.
Il mattino seguente, quando scese per
colazione, diede un bacio alla mamma e uno
al papà. Alla fermata dell'autobus si
sollevò in punta di piedi e diede ancora un
bacio alla mamma: "Ciao, mamma. Ti voglio
bene".
Cecilia andò avanti così giorno dopo giorno,
settimana dopo settimana, mese dopo mese. A
volte, i suoi genitori si scostavano, rigidi
e impacciati. A volte ne ridevano. Ma
Cecilia non smise. Aveva il suo piano e lo
seguiva alla lettera. Poi, una sera,
dimenticò di dare il bacio alla mamma prima
di andare a letto. Poco dopo, la porta della
sua camera si aprì e sua madre entrò.
"Allora, dov'è il mio bacio?" chiese,
fingendo di essere contrariata.
Cecilia si sollevò a sedere: "Oh, l'avevo
scordato". La baciò e poi: "Ti voglio bene,
mamma". Quindi tornò a coricarsi e chiuse
gli occhi.
Ma la mamma rimase lì e alla fine disse:
"Anch'io ti voglio bene". Poi si chinò e
baciò Cecilia proprio sulla guancia.
Poi aggiunse con finta severità: "E non ti
dimenticare più di darmi il bacio della
buonanotte".
Cecilia rise e promise: "Non succederà più".
Oggi, qualcuno sta aspettando il "suo"
bacio. Da te.

Autore: Bruno Ferrero - Libro: Quaranta
Storie nel Deserto
Casa Editrice: ElleDiCi
Una toccante testimonianza di Raoul
Follereau.
Si trovava in un lebbrosario in un'isola del
Pacifico. Un incubo di orrore. Solo cadaveri
ambulanti, disperazione, rabbia, piaghe e
mutilazioni orrende.
Eppure, in mezzo a tanta devastazione, un
anziano malato conservava occhi
sorprendentemente luminosi e sorridenti.
Soffriva nel corpo, come i suoi infelici
compagni, ma dimostrava attaccamento alla
vita, non disperazione, e dolcezza nel
trattare gli altri.
Incuriosito da Quel vero miracolo di vita,
nell'inferno del lebbrosario, Follereau
volle cercarne la spiegazione: che cosa mai
poteva dare tanta forza di vivere a quel
vecchio così colpito dal male?
Lo pedinò, discretamente. Scoprì che,
immancabilmente, allo spuntar dell'alba, il
vecchietto si trascinava al recinto che
circondava il lebbrosario, e raggiungeva un
posto ben preciso.
Si metteva a sedere e aspettava.
Non era il sorgere del sole che aspettava.
Né lo spettacolo dell'aurora del Pacifico.
Aspettava fino a quando, dall'altra parte
del recinto, spuntava una donna, anziana
anche lei, con il volto coperto di rughe
finissime, gli occhi pieni di dolcezza.
La donna non parlava. Lanciava solo un
messaggio silenzioso e discreto: un sorriso.
Ma l'uomo si illuminava a quel sorriso e
rispondeva con un altro sorriso.
Il muto colloquio durava pochi istanti, poi
il vecchietto si rialzava e trotterellava
verso le baracche. Tutte le mattine. Una
specie di comunione quotidiana. Il lebbroso,
alimentato e fortificato da quel sorriso,
poteva sopportare una nuova giornata e
resistere fino al nuovo appuntamento con il
sorriso di quel volto femminile.
Quando Follereau glielo chiese, il lebbroso
gli disse:
"E' mia moglie!". E dopo un attimo di
silenzio: "Prima che venissi qui, mi ha
curato in segreto, con tutto ciò che
riusciva a trovare. Uno stregone le aveva
dato una pomata. Lei tutti i giorni me ne
spalmava la faccia, salvo una piccola parte,
sufficiente per apporvi le sue labbra per un
bacio... Ma tutto è stato inutile. Allora mi
hanno preso, mi hanno portato qui. Ma lei mi
ha seguito. E quando ogni giorno la rivedo,
solo da lei so che sono ancora vivo, solo
per lei mi piace ancora vivere".
Certamente qualcuno ti ha sorriso
stamattina, anche se tu non te ne sei
accorto. Certamente qualcuno aspetta il tuo
sorriso, oggi.
Se entri in una chiesa e spalanchi la tua
anima al silenzio, ti accorgerai che Dio,
per primo, ti accoglie con un sorriso.
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