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Piccole
storie per l'anima
Il miraggio
Un uomo si era perso nel deserto. Esaurita
la scorta di viveri e di acqua, si
trascinava penosamente sulle ghiaie roventi.
Improvvisamente vide davanti a sé delle
palme e udì un gorgoglio d'acqua.
Ancora più sconfortato pensò: "Questo è un
miraggio. La mia fantasia mi proietta
davanti i desideri profondi del mio
subconscio. Nella realtà non c'è
assolutamente niente".
Senza più speranza, vaneggiando, si
abbandonò esanime al suolo.
Poco tempo dopo, lo trovarono due beduini.
Il poveretto era ormai morto.
"Ci capisci qualcosa?", disse il primo.
"Così vicino all'oasi, con l'acqua a due
passi e i datteri che quasi gli cadevano in
bocca! Com'è possibile?".
Scuotendo il capo, l'altro disse: "Era un
uomo moderno".

Se tornassi a vivere
Qualcuno mi ha chiesto giorni fa se, potendo
rinascere, avrei vissuto la vita in maniera
diversa. Lì per lì ho risposto di no, poi ci
ho pensato un po' su e...
Potendo rivivere la mia vita, avrei parlato
meno e ascoltato di più.
Non avrei rinunciato a invitare a cena gli
amici soltanto perché il mio tappeto aveva
qualche macchia e la fodera del divano era
stinta.
Avrei mangiato briciolosi panini nel salotto
buono e mi sarei preoccupata molto meno
dello sporco prodotto dal caminetto acceso.
Avrei trovato il tempo di ascoltare il nonno
quando rievocava gli anni della sua
giovinezza.
Non avrei mai preteso, in un giorno
d'estate, che i finestrini della macchina
fossero alzati perché avevo appena fatto la
messa in piega.
Non avrei lasciato che la candela a forma di
rosa si sciogliesse, dimenticata, nello
sgabuzzino. L'avrei consumata io, a forza di
accenderla.
Mi sarei stesa sul prato con i bambini senza
badare alle macchie d'erba sui vestiti.
Avrei pianto e riso di meno guardando la
televisione e di più osservando la vita.
Avrei condiviso maggiormente le
responsabilità di mio marito.
Mi sarei messa a letto quando stavo male,
invece di andare febbricitante al lavoro
quasi che, mancando io dall'ufficio, il
mondo si sarebbe fermato.
Invece di non veder l'ora che finissero i
nove mesi della gravidanza, ne avrei amato
ogni attimo, consapevole del fatto che la
cosa stupenda che mi viveva dentro era la
mia unica occasione di collaborare con Dio
alla realizzazione di un miracolo.
A mio figlio che mi baciava con trasporto
non avrei detto: "Su, su, basta. Va' a
lavarti che la cena è pronta".
Avrei detto più spesso: "Ti voglio bene" e
meno spesso: "Mi dispiace"... ma
soprattutto, potendo ricominciare tutto
daccapo, mi impadronirei di ogni minuto...
lo guarderei fino a vederlo veramente.., lo
vivrei... e non lo restituirei mai più.
(Enna Rombeck)

"La maggior parte di noi non vincerà i
grandi premi della vita.
Non diventerà milionario, nè andrà sulla
Luna, non sarà eletto presidente, nè vincerà
il Nobel.
Ma possiamo goderci i piccoli piaceri della
vita.
Una carezza sulla spalla.
Un bacio sulla guancia.
La luna piena.
Un posto libero al parcheggio.
Un fuoco scoppiettante.
Un bel tramonto.
Goditi le piccole delizie della vita.
Ce ne sono in abbondanza per ognuno di noi."

Il silenzio
Un uomo si recò da un monaco di clausura.
Gli chiese: "Che cosa impari mai dalla tua
vita di silenzio?".
Il monaco stava attingendo acqua da un pozzo
e disse al suo visitatore:
"Guarda giù nel pozzo! Che cosa vedi?".
L'uomo guardò nel pozzo. "Non vedo niente".
Dopo un po' di tempo, in cui rimase
perfettamente immobile, il monaco disse al
visitatore: "Guarda ora! Che cosa vedi nel
pozzo?".
L'uomo ubbidì e rispose: "Ora vedo me
stesso: mi specchio nell'acqua".
Il monaco disse: "Vedi, quando io immergo il
secchio, l'acqua è agitata.
Ora invece l'acqua è tranquilla.
E questa l'esperienza del silenzio: l'uomo
vede se stesso!".
Oggi scegliti un angolo tranquillo e
lasciati cullare dal silenzio.

Quando finisce la notte
Un vecchio rabbino domandò una volta ai suoi
allievi da che cosa si potesse riconoscere
il momento preciso in cui finiva la notte e
cominciava il giorno.
"Forse da quando si può distinguere con
facilità un cane da una pecora?".
"No", disse il rabbino.
"Quando si distingue un albero di datteri da
un albero di fichi?".
"No", ripeté il rabbino.
"Ma quand'è, allora?", domandarono gli
allievi.
Il rabbino rispose: "E' quando guardando il
volto di una persona qualunque, tu riconosci
un fratello o una sorella. Fino a quel punto
è ancora notte nel tuo cuore".
"Abbiamo imparato a volare come gli uccelli,
a nuotare come i pesci, ma non abbiamo
imparato l'arte di vivere come fratelli" (Martin
Luther King).

I due amici
Il più vecchio si chiamava Frank e aveva
vent'anni. Il più giovane era Ted e ne aveva
diciotto. Erano sempre insieme, amicissimi
fin dalle elementari. Insieme decisero di
arruolarsi nell'esercito. Partendo promisero
a se stessi e ai genitori che avrebbero
avuto
cura l'uno dell'altro. Furono fortunati e
finirono nello stesso battaglione.
Quel battaglione fu mandato in guerra. Una
guerra terribile tra le sabbie infuocate del
deserto. Per qualche tempo Frank e Ted
rimasero negli accampamenti protetti
dall'aviazione. Poi una sera venne l'ordine
di avanzare in territorio nemico.
I soldati avanzarono per tutta la notte,
sotto la minaccia di un fuoco infernale.
Al mattino il battaglione si radunò in un
villaggio. Ma Ted non c'era.
Frank lo cercò dappertutto, tra i feriti,
fra i morti. Trovò il suo nome nell'elenco
dei dispersi.
Si presentò al comandante.
"Chiedo il permesso di andare a riprendere
il mio amico", disse.
"E' troppo pericoloso", rispose il
comandante. "Ho già perso il tuo amico.
Perderei anche te. Là fuori stanno
sparando".
Frank partì ugualmente. Dopo alcune ore
trovò Ted ferito mortalmente.
Se lo caricò sulle spalle. Ma una scheggia
lo colpì. Si trascinò ugualmente fino al
campo.
"Valeva la pena morire per salvare un
morto?", gli gridò il comandante.
"Si" sussurrò, "perché prima di morire, Ted
mi ha detto: Frank, sapevo che saresti
venuto".

Festa al castello
Il villaggio ai piedi del castello fu
svegliato dalla voce dell'araldo del
castellano che leggeva un proclama nella
piazza.
"Il nostro signore beneamato invita tutti i
suoi buoni e fedeli sudditi a partecipare
alla festa del suo compleanno. Ognuno
riceverà una piacevole sorpresa. Domanda a
tutti però un piccolo favore: chi partecipa
alla festa abbia la gentilezza di portare un
po' d'acqua per riempire la riserva del
castello che è vuota...".
L'araldo ripeté più volte il proclama, poi
fece dietrofront e scortato dalle guardie
ritornò al castello.
Nel villaggio scoppiarono i commenti più
diversi.
"Bah! E' il solito tiranno! Ha abbastanza
servitori per farsi riempire il serbatoio...
Io porterò un bicchiere d'acqua, e sarà
abbastanza!".
"Ma no! E' sempre stato buono e generoso! Io
ne porterò un barile!".
"Io un... ditale!".
"Io una botte!".
Il mattino della festa, si vide uno strano
corteo salire al castello.
Alcuni spingevano con tutte le loro forze
dei grossi barili o ansimavano portando
grossi secchi colmi d'acqua. Altri,
sbeffeggiando i compagni di strada,
portavano piccole caraffe o un bicchierino
su un vassoio.
La processione entrò nel cortile del
castello. Ognuno vuotava il proprio
recipiente nella grande vasca, verso la sala
del banchetto.
Arrosti e vino, danze e canti si
succedettero, finché verso sera il signore
del castello ringraziò tutti con parole
gentili e si ritirò nei suoi appartamenti.
"E la sorpresa promessa?", brontolarono
alcuni con disappunto e delusione.
Altri dimostravano una gioia soddisfatta:
"Il nostro signore ci ha regalato la più
magnifica delle feste!".
Ciascuno, prima di ripartire, passò a
riprendersi il recipiente. Esplosero allora
delle grida che si intensificarono
rapidamente. Esclamazioni di gioia e rabbia.
I recipienti erano stati riempiti fino
all'orlo di monete d'oro!
"Ah! Se avessi portato più acqua...".

Una giovane coppia entrò nel più bel negozio
di giocattoli della città. L'uomo e la donna
guardarono a lungo i colorati giocattoli
allineati sugli scaffali, appesi al
soffitto, in lieto disordine sui banconi.
C'erano bambole che piangevano e ridevano,
giochi elettronici, cucine in miniatura che
cuocevano torte e pizze. Non riuscivano a
prendere una decisione. Si avvicinò a loro
una graziosa commessa. "Vede", spiegò la
donna, "noi abbiamo una bambina molto
piccola, ma siamo fuori casa tutto il giorno
e spesso anche di sera". "E' una bambina che
sorride poco", continuò l'uomo. "Vorremmo
comprarle qualcosa che la renda felice",
riprese la donna, "anche quando noi non ci
siamo... Qualcosa che le dia gioia anche
quando è sola". "Mi dispiace", sorrise
gentilmente la commessa. "Ma noi non
vendiamo genitori".

L'incidente
Una giovane donna tornava a casa dal lavoro
in automobile. Guidava con molta attenzione
perché l'auto che stava usando era nuova
fiammante, ritirata il giorno prima dal
concessionario e comprata con i risparmi
soprattutto del marito che aveva fatto
parecchie rinunce per poter acquistare quel
modello.
Ad un incrocio particolarmente affollato, la
donna ebbe un attimo di indecisione e con il
parafango andò ad urtare il paraurti di
un'altra macchina.
La giovane donna scoppiò in lacrime. Come
avrebbe potuto spiegare il danno al marito?
Il conducente dell'altra auto fu
comprensivo, ma spiegò che dovevano
scambiarsi il numero della patente e i dati
del libretto.
La donna cercò i documenti in una grande
busta di plastica marrone.
Cadde fuori un pezzo di carta.
In una decisa calligrafia maschile vi erano
queste parole: "In caso di incidente...,
ricorda, tesoro, io amo te, non la
macchina!".
Lo dovremmo ricordare tutti, sempre. Le
persone contano, non le cose. Quanto
facciamo per le cose, le macchine, le case,
l'organizzazione, l'efficienza materiale! Se
dedicassimo lo stesso tempo e la stessa
attenzione alle persone, il mondo sarebbe
diverso. Dovremmo ritrovare il tempo per
ascoltare, guardarsi negli occhi, piangere
insieme, incoraggiarsi, ridere,
passeggiare...
Ed è solo questo che porteremo con noi
davanti a Dio.
Noi e la nostra capacità d'amare. Non le
cose, neanche i vestiti, neanche questo
corpo...
Un papà e il suo bambino camminavano sotto i
portici di una via cittadina su cui si
affacciavano negozi e grandi magazzini. Il
papà portava una borsa di plastica piena di
pacchetti e sbuffò, rivolto al bambino. "Ti
ho preso la tuta rossa, ti ho preso il robot
trasformabile ti ho preso la bustina dei
calciatori... Che cosa devo ancora
prenderti?".
"Prendimi la mano" rispose il bambino.

Laggiù
Un bambino che abitava la pianura era
affascinato dalla linea delle montagne che
si stagliava lontano all'orizzonte.
Azzurrine, leggere, compatte, gli apparivano
come un luogo di paradiso. Così diverso
dalla terra aspra e grigia dove viveva.
Un giorno, ormai cresciuto, cedette al
richiamo dell'orizzonte e decise di
raggiungere quel posto incantato. Il viaggio
durò a lungo, attraverso pianure e colline.
Stremato, arrivò infine sulla vetta delle
montagne, ma dovette constatare con profonda
delusione che le montagne non erano più
azzurrine ma grigie e caotiche, sassose,
aride ed aspre. Proprio come il paese che
aveva lasciato.
Ma all'orizzonte, davanti a lui, si
delineavano altre montagne, azzurre,
violette, alonate di luce dorata. E ripartì.
Gli ci volle molto tempo per raggiungerle.
Ma anche là, man mano che si avvicinava,
l'azzurro e il viola scomparivano per
lasciare spazio al grigio delle rocce e al
giallo stopposo dell'erba bruciata. Ma
davanti l'orizzonte era azzurro e rosa. E
lui si rimetteva in cammino.
Era sempre una delusione: al suo arrivo
anche le nuove terre si rivelavano ruvide e
brulle.
Un giorno, ormai vecchio, vista vana la sua
ricerca, decise di tornare indietro. Ed
ecco, tutti i paesi che aveva lasciato erano
azzurrini, leggeri, immersi in una
incantevole luce dorata.

Il giorno era cominciato male e stava
finendo peggio. Come al solito, l'autobus
era molto affollato. Mentre venivo
sballottata in tutte le direzioni, la
tristezza cresceva. Poi sentii una voce
profonda provenire dalla parte anteriore
dell'autobus: "Bella giornata, non è vero?".
A causa della folla non riuscivo a vedere
l'uomo, ma lo sentivo descrivere il
paesaggio primaverile, richiamando
l'attenzione sulle cose che si avvicinavano:
la chiesa, il parco, il cimitero, la caserma
dei pompieri. Di lì a poco tutti i
passeggeri guardavano fuori dal finestrino.
L'entusiasmo era cosi contagioso che mi misi
a sorridere per la prima volta nella
giornata.
Arrivammo alla mia fermata. Dirigendomi con
difficoltà verso la porta, diedi un'occhiata
alla nostra guida: una figura grassottella
con la barba nera, gli occhiali da sole, con
in mano un bastone bianco.
Era cieco!
Scesi dall'autobus e, all'improvviso, tutta
la mia tensione era svanita. Dio nella sua
saggezza aveva mandato un cieco che mi
aiutasse a vedere: a vedere che, sebbene a
volte le cose vadano male, quando tutto
sembra scuro e triste, il mondo continua ad
essere bello. Canticchiando un motivetto
salii le scale del mio appartamento. Non
vedevo l'ora di salutare mio marito con le
parole: "Bella giornata, non è vero?".

Il vecchio violino
Ad una vendita all'asta, il banditore
sollevò un violino. Era graffiato e
scheggiato. Le corde pendevano allentate e
il banditore pensava non valesse la pena
perdere tanto tempo con il vecchio violino,
ma lo sollevò con un sorriso.
"Che offerta mi fate, signori?" gridò.
"Partiamo da...100 mila lire!".
"Centocinque!" disse una voce. Poi
centodieci. "Centoquindici!" disse un altro.
Poi centoventi. "Centoventi mila lire, uno;
centoventi mila lire, due; centoventi
mila...".
Dal fondo della stanza un uomo dai capelli
grigi avanzò e prese l'archetto. Con il
fazzoletto spolverò il vecchio violino, tese
le corde allentate, lo impugnò con energia e
suonò una melodia pura e dolce come il canto
degli angeli.
Quando la musica cessò, il banditore, con
una voce calma e bassa, disse: "Quanto mi
offrite per il vecchio violino?". E lo
sollevò insieme con l'archetto.
"Un milione, e chi dice due milioni? Due
milioni! E chi dice tre milioni? Tre milioni
uno tre milioni, due; tre milioni e tre,
aggiudicato", disse il banditore.
La gente applaudi, ma alcuni chiesero: "Che
cosa ha cambiato il valore del violino?".
Pronta giunse la risposta: "Il tocco del
Maestro".
Siamo vecchi strumenti impolverati e
sfregiati. Ma siamo in grado di suonare
sublimi armonie. Basta il tocco del Maestro.

Il segreto della felicità
Un giovane domandò al più saggio di tutti
gli uomini il segreto della felicità. Il
saggio suggerì al giovane di fare un giro
per il palazzo e di tornare dopo due ore.
"Solo ti chiedo un favore" concluse il
saggio, consegnandogli un cucchiaino su cui
versò due gocce d'olio. "Mentre cammini,
porta questo cucchiaino senza versare
l'olio".
Dopo due ore il giovane tornò e il saggio
gli chiese: "Hai visto gli arazzi della mia
sala da pranzo? Hai visto i magnifici
giardini? Hai notato le belle pergamene?".
Il giovane, vergognandosi, confessò di non
avere visto niente. La sua unica
preoccupazione era stata quella di non
versare le gocce d'olio.
"Torna indietro e guarda le meraviglie del
mio mondo" disse il saggio.
Il giovane prese il cucchiaino e di nuovo si
mise a passeggiare, ma questa volta osservò
tutte le opere d'arte. Notò i giardini, le
montagne, i fiori. Tornò dal saggio e riferi
particolareggiatamente tutto quello che
aveva visto.
"Ma dove sono le due gocce d'olio che ti ho
affidato?" domandò il saggio.
Guardando il cucchiaino, il ragazzo si
accorse di averle versate.
"Ebbene, questo è l'unico consiglio che ho
da darti" concluse il saggio. "Il segreto
della felicità consiste nel guardare tutte
le meraviglie del mondo senza mai
dimenticare le due gocce d'olio nel
cucchiaino".

Il cacciatore
Un giovane indiano partì alla caccia di
anitre selvatiche sulla riva di un fiume.
Era armato solo di una fionda. Raccolse
alcuni ciottoli sul greto e cominciò a
scagliarli con tutta la sua forza. Mirava
soprattutto agli uccelli che si fermavano
incautamente sulla riva.
I sassi lanciati finivano con un tonfo
nell'acqua profonda. Soltanto due ciottoli
colpirono a morte due uccelli prima di
finire anch'essi nella corrente.
Quando rientrò in città, il giovane aveva
due anitre nella bisaccia e ancora uno dei
ciottoli in mano.
Nei pressi del bazar, un gioielliere lo
fermò con una esclamazione di sorpresa. "Ma
è un diamante, quello che hai in mano! Vale
almeno mille rupie".
Il giovane cacciatore impallidì e poi si
disperò: "Ma che stupido sono stato! Ho
usato tutti quei diamanti per uccidere degli
uccelli... Se li avessi guardati bene ora
sarei ricco, e invece la corrente li ha
portati via!".
Ognuno dei nostri giorni è come un diamante
prezioso. Ciò che conta è accorgersene e non
sprecarlo per andare a "caccia".

La consolazione
Una bambina torna dalla casa di una vicina
alla quale era appena morta, in modo tragico
la figlioletta di otto anni.
"Perché sei andata?", le domanda il padre.
"Per consolare la mamma".
"E che potevi fare, tu così piccola, per
consolarla?".
"Le sono salita in grembo e ho pianto con
lei".
Se accanto a te c'è qualcuno che soffre,
piangi con lui. Se c'è qualcuno che è
felice, ridi con lui.
L'amore vede e guarda, ode e ascolta. Amare
è partecipare, completamente, con tutto
l'essere. Chi ama scopre in sé infinite
risorse di consolazione e compartecipazione.
Siamo angeli con una ala sola: possiamo
volare solo se ci teniamo abbracciati.

Il pellegrino e i tre spaccapietre
Durante il Medioevo, un pellegrino aveva
fatto voto di raggiungere un lontano
santuario, come si usava a quei tempi.
Dopo alcuni giorni di cammino, si trovò a
passare per una stradina che si inerpicava
per il fianco desolato di una collina brulla
e bruciata dal sole. Sul sentiero
spalancavano la bocca grigia tante cave di
pietra. Qua e là degli uomini, seduti per
terra, scalpellavano grossi frammenti di
roccia per ricavare degli squadrati blocchi
di pietra da costruzione.
Il pellegrino si avvicinò al primo degli
uomini. Lo guardò con compassione. Polvere e
sudore lo rendevano irriconoscibile, negli
occhi feriti dalla polvere di pietra si
leggeva una fatica terribile. Il suo braccio
sembrava una cosa unica con il pesante
martello che continuava a sollevare ed
abbattere ritmicamente.
"Che cosa fai?", chiese il pellegrino.
"Non lo vedi?" rispose l'uomo, sgarbato,
senza neanche sollevare il capo. "Mi sto
ammazzando di fatica".
Il pellegrino non disse nulla e riprese il
cammino.
S'imbatté presto in un secondo spaccapietre.
Era altrettanto stanco, ferito, impolverato.
"Che cosa fai?", chiese anche a lui, il
pellegrino.
"Non lo vedi? Lavoro da mattino a sera per
mantenere mia moglie e i miei bambini",
rispose l'uomo.
In silenzio, il pellegrino riprese a
camminare.
Giunse quasi in cima alla collina. Là c'era
un terzo spaccapietre. Era mortalmente
affaticato, come gli altri. Aveva anche lui
una crosta di polvere e sudore sul volto, ma
gli occhi feriti dalle schegge di pietra
avevano una strana serenità.
"Che cosa fai?", chiese il pellegrino.
"Non lo vedi?", rispose l'uomo, sorridendo
con fierezza. "Sto costruendo una
cattedrale".
E con il braccio indicò la valle dove si
stava innalzando una grande costruzione,
ricca di colonne, di archi e di ardite
guglie di pietra grigia, puntate verso il
cielo.

Il segnale
Un giovane era seduto da solo nell'autobus;
teneva lo sguardo fisso fuori del
finestrino. Aveva poco più di vent'anni ed
era di bell'aspetto, con un viso dai
lineamenti delicati.
Una donna si sedette accanto a lui. Dopo
avere scambiato qualche chiacchiera a
proposito del tempo, caldo e primaverile, il
giovane disse, inaspettatamente: «Sono stato
in prigione per due anni. Sono uscito questa
mattina e sto tornando a casa».
Le parole gli uscivano come un fiume in
piena mentre le raccontava di come fosse
cresciuto in una famiglia povera ma onesta e
di come la sua attività criminale avesse
procurato ai suoi cari vergogna e dolore. In
quei due anni non aveva più avuto notizie di
loro. Sapeva che i genitori erano troppo
poveri per affrontare il viaggio fino al
carcere dov'era detenuto e che si sentivano
troppo ignoranti per scrivergli. Da parte
sua, aveva smesso di spedire lettere perché
non riceveva risposta.
Tre settimane prima di essere rimesso in
libertà, aveva fatto un ultimo, disperato
tentativo di mettersi in contatto con il
padre e la madre. Aveva chiesto scusa per
averli delusi, implorandone il perdono.
Dopo essere stato rilasciato, era salito su
quell'autobus che lo avrebbe riportato nella
sua città e che passava proprio davanti al
giardino della casa dove era cresciuto e
dove i suoi genitori continuavano ad
abitare.
Nella sua lettera aveva scritto che avrebbe
compreso le loro ragioni. Per rendere le
cose più semplici, aveva chiesto loro di
dargli un segnale che potesse essere visto
dall'autobus. Se lo avevano perdonato e lo
volevano accogliere di nuovo in casa,
avrebbero legato un nastro bianco al vecchio
melo in giardino. Se il segnale non ci fosse
stato, lui sarebbe rimasto sull'autobus e
avrebbe lasciato la città, uscendo per
sempre dalla loro vita.
Mentre l'automezzo si avvicinava alla sua
via, il giovane diventava sempre più
nervoso, al punto di aver paura a guardare
fuori del finestrino, perché era sicuro che
non ci sarebbe stato nessun fiocco.
Dopo aver ascoltato la sua storia, la donna
si limitò a chiedergli: «Cambia posto con
me. Guarderò io fuori del finestrino».
L'autobus procedette ancora per qualche
isolato e a un certo punto la donna vide
l'albero.
Toccò con gentilezza la spalla del giovane
e, trattenendo le lacrime, mormorò: «Guarda!
Guarda! Hanno coperto tutto l'albero di
nastri bianchi».

La mano e la sabbia
Giorgio, un ragazzo di tredici anni,
passeggiava sulla spiaggia insieme alla
madre.
Ad un tratto le chiese: "Mamma, come si fa a
conservare un amico quando fmalmente si è
riusciti a trovarlo?".
La madre meditò qualche secondo, poi si
chinò e prese due manciate di sabbia.
Tenendo le palme rivolte verso l'alto,
strinse forte una mano: la sabbia le sfuggì
tra le dita, e quanto più stringeva il
pugno, tanto più la sabbia sfuggiva.
Tenne invece ben aperta l'altra mano: la
sabbia vi restò tutta.
Giorgio osservò stupito, poi esclamò:
"Capisco".
Dietro un 'immaginetta della Madonna,
dimenticata in un santuarietto di montagna,
ho trovato la "Preghiera dell'accoglienza".
Eccola:
Signore, aiutami ad essere per tutti un
amico,
che attende senza stancarsi,
che accoglie con bontà,
che dà con amore,
che ascolta senza fatica,
che ti ringrazia con gioia,
Un amico che si è sempre certi di trovare
quando se ne ha bisogno.
Aiutami ad essere una presenza sicura,
a cui ci si può rivolgere
quando lo si desidera,
ad offrire un'amicizia riposante,
ad irradiare una pace gioiosa,
la tua pace, o Signore.
Fa' che sia disponibile e accogliente
soprattutto verso i più deboli e indifesi.
Così senza compiere opere straordinarie,
io potrò aiutare gli altri a sentirti più
vicino,
Signore della tenerezza.

I tre figli
Tre donne andarono alla fontana per
attingere acqua. Presso la fontana, su una
panca di pietra, sedeva un uomo anziano che
le osservava in silenzio ed ascoltava i loro
discorsi.
Le donne lodavano i rispettivi figli.
"Mio figlio", diceva la prima, "è così
svelto ed agile che nessuno gli sta alla
pari".
"Mio figlio", sosteneva la seconda, "canta
come un usignolo. Non c'è nessuno al mondo
che possa vantare una voce bella come la
sua".
"E tu, che cosa dici di tuo figlio?",
chiesero alla terza, che rimaneva in
silenzio.
"Non so che cosa dire di mio figlio",
rispose la donna. "E' un bravo ragazzo, come
ce ne sono tanti. Non sa fare niente di
speciale...".
Quando le anfore furono piene, le tre donne
ripresero la via di casa. Il vecchio le
seguì per un pezzo di strada. Le anfore
erano pesanti, le braccia delle donne
stentavano a reggerle.
Ad un certo punto si fermarono per far
riposare le povere schiene doloranti.
Vennero loro incontro tre giovani. Il primo
improvvisò uno spettacolo: appoggiava le
mani a terra e faceva la ruota con i piedi
per aria, poi inanellava un salto mortale
dopo l'altro.
Le donne lo guardavano estasiate: "Che
giovane abile!".
Il secondo giovane intonò una canzone. Aveva
una voce splendida che ricamava armonie
nell'aria come un usignolo.
Le donne lo ascoltavano con le lacrime agli
occhi: "E un angelo!".
Il terzo giovane si diresse verso sua madre,
prese la pesante anfora e si mise a
portarla, camminando accanto a lei.
Le donne si rivolsero al vecchio: "Allora
che cosa dici dei nostri figli?".
"Figli?", esclamò meravigliato il vecchio.
"Io ho visto un figlio solo!".

Quanto ci separa
Un saggio sufi si imbarcò su una nave per
recarsi dall'altra parte del mare. A metà
della traversata si scatenò una tempesta di
tale violenza che le onde altissime
scagliavano la nave in su e in giù come se
fosse un fuscello. Tutti avevano una paura
tremenda, e chi pregava, chi si rotolava
gridando, chi gettava tutti i suoi beni in
mare. Solo il saggio rimaneva
imperturbabile.
Quando la tempesta si calmò, e a poco a poco
il colore tornò sulle gote dei naviganti,
alcuni di loro si rivolsero al saggio e gli
chiesero:
"Ma come mai tu non hai avuto paura? Non ti
sei accorto che tra noi e la morte c'era
soltanto una tavola di legno?".
"Certo, ma nel corso della vita mi sono
accorto che spesso c'è ancor meno".

Due semi
Due semi si trovavano fianco a fianco nel
fertile terreno autunnale. Il primo seme
disse: "Voglio crescere! Voglio spingere le
mie radici in
profondità nel terreno sotto di me e fare
spuntare i miei germogli sopra la crosta
della terra sopra di me... Voglio dispiegare
le mie gemme tenere come bandiere per
annunciare l'arrivo della primavera...
Voglio sentire il calore del sole sul mio
volto e la benedizione della rugiada
mattutina sui miei petali!".
E crebbe.
L'altro seme disse: "Che razza di destino,
il mio! Ho paura. Se spingo le mie radici
nel terreno sotto di me, non so cosa
incontrerò nel buio. Se mi apro la strada
attraverso il terreno duro sopra di me posso
danneggiare i miei delicati germogli... E se
apro le mie gemme e una lumaca cerca di
mangiarsele? E se dischiudessi i miei fiori,
un bambino potrebbe strapparmi da terra. No,
è meglio che aspetti finché ci sarà
sicurezza".
E aspettò.
Una gallina che raschiava il terreno
d'inizio primavera in cerca di cibo trovò il
seme che aspettava e subito se lo mangiò.

Il seme piccolissimo
Durante una forte nevicata, un viandante
arrivò a un piccolo villaggio. Stavano tutti
tappati in casa, per passare quel difficile
inverno. Tutti i raccolti erano andati
perduti e il bestiame era morto per una
malattia. La fame stava per uccidere tutti.
Nessuno sarebbe sopravvissuto a quell'inverno.
Il viandante bussò a una porta per chiedere
ospitalità e passare la notte. Lo fecero
entrare e gli offrirono un posto per
dormire. Il mattino seguente, prima di
riprendere il cammino, il viandante volle
ringraziare. Cercò nel suo zainetto, ne
estrasse una borsetta di tela e la consegnò
a loro dicendo:
- Qui dentro c'è un seme. Cresce solo
d'inverno e porta molti frutti. Se
dividerete questi frutti con tutti gli
abitanti del villaggio, non patirete mai più
la fame. Se non farete così, i frutti
diventeranno acidi e morirete di fame.
Il viandante partì. Aprirono la borsetta e
vi trovarono un seme piccolissimo. Sorrisero
al vederlo e, pensando che quell'uomo fosse
pazzo, lo gettarono nella spazzatura. Ma la
figlia più piccola della famiglia lo
raccolse, uscì di casa, fece un buco nella
neve e lo piantò.
Durante la notte, da quel seme spuntò una
pianta che cominciò a crescere, a crescere.
Diventò un albero grandissimo, più alto di
tutte le case del villaggio. E i suoi rami
erano carichi di frutti di diversi colori,
grandezza e forma.
Il giorno dopo, quando videro quell'albero
enorme davanti a casa, non potevano credere
ai loro occhi. La bambina raccontò quello
che aveva fatto, ma non le credettero.
Colsero uno dei frutti e lo assaggiarono. In
vita loro non avevano mai assaggiato niente
di simile. Era un cibo degno di un re.
Raccolsero rapidamente tutti i frutti perché
nessuno li rubasse. Con essi non sarebbero
morti di fame durante l'inverno.
Però la bambina ricordò quello che aveva
detto il viandante. Dapprima non vi fecero
caso, ma poi pensarono che, fosse vero o no
quello che aveva detto, non era bello che i
vicini morissero di fame mentre loro avevano
da mangiare. E senza esitare, condivisero i
frutti tra gli abitanti del villaggio.
Quando li mangiarono, videro che ogni frutto
aveva un seme piccolissimo. Tutti lo
piantarono davanti alla propria casa. E il
giorno dopo il villaggio era pieno di enormi
alberi fruttiferi. Passata la sorpresa,
tutti furono molto riconoscenti verso quella
famiglia che aveva condiviso con loro quei
frutti. Grazie a loro, non morirono di fame
quell'inverno, e da allora non cessarono di
condividere i frutti che avevano. E proprio
come aveva detto il viandante, non
soffrirono mai più la fame.

Un po d'argento
"Rabbì, che cosa pensi del denaro?" chiese
un giovane al maestro.
"Guarda dalla finestra", disse il maestro,"
cosa vedi?".
"Vedo una donna con un bambino, una carrozza
trainata da due cavalli e un contadino che
va al mercato".
"Bene. Adesso guarda nello specchio. Che
cosa vedi?".
"Che cosa vuoi che veda rabbì? Me stesso,
naturalmente".
"Ora pensa: la finestra è fatta di vetro e
anche lo specchio è fatto di vetro. Basta un
sottilissimo strato d'argento sul vetro e
l'uomo vede solo se stesso".
Siamo circondati da persone che hanno
trasformato in specchi le loro finestre.
Credono di guardare fuori e continuano a
contemplare se stessi.
Non permettere che la finestra del tuo cuore
diventi uno specchio.

La vecchietta che aspettava Dio
La vita di ognuno di noi è intessuta di
attese. Si tratta di una esperienza
importante e di grande valore educativo.
Consapevole di ciò, la Chiesa ha fissato un
tempo per ravvivare questo 'stato'
fondamentale nella vita del cristiano: il
tempo dell'Avvento.
La storia sottolinea che Dio è sempre
sorprendente... è possibile incontrarlo in
tanti modi, ma in modo particolare nelle
persone che ci avvicinano tutti i giorni.
C'era una volta un'anziana signora che
passava in pia preghiera molte ore della
giornata. Un giorno sentì la voce di Dio che
le diceva: "Oggi verrò a farti visita".
Figuratevi la gioia e l'orgoglio della
vecchietta. Cominciò a pulire e lucidare,
impastare e infornare dolci. Poi indossò il
vestito più bello e si mise ad aspettare
l'arrivo di Dio.
Dopo un po', qualcuno bussò alla porta. La
vecchietta corse ad aprire. Ma era solo la
sua vicina di casa che le chiedeva in
prestito un pizzico di sale. La vecchietta
la spinse via: "Per amore di Dio, vattene
subito, non ho proprio tempo per queste
stupidaggini! Sto aspettando Dio, nella mia
casa! Vai via!". E sbattè la porta in faccia
alla mortificata vicina.
Qualche tempo dopo, bussarono di nuovo. La
vecchietta si guardò allo specchio, si
rassettò e corse ad aprire. Ma chi c'era? Un
ragazzo infagottato in una giacca troppo
larga che vendeva bottoni e saponette da
quattro soldi. La vecchietta sbottò: "Io sto
aspettando il buon Dio. Non ho proprio
tempo. Torna un'altra volta!". E chiuse la
porta sul naso del povero ragazzo.
Poco dopo bussarono nuovamente alla porta.
La vecchietta aprì e si trovò davanti un
vecchio cencioso e male in arnese. "Un pezzo
di pane, gentile signora, anche raffermo...
E se potesse lasciarmi riposare un momento
qui sugli scalini della sua casa", implorò
il povero.
"Ah, no! Lasciatemi in pace! Io sto
aspettando Dio! E stia lontano dai miei
scalini!" disse la vecchietta stizzita. Il
povero se ne partì zoppicando e la
vecchietta si dispose di nuovo ad aspettare
Dio.
La giornata passò, ora dopo ora. Venne la
sera e Dio non si era fatto vedere. La
vecchietta era profondamente delusa. Alla
fine si decise ad andare a letto.
Stranamente si addormentò subito e cominciò
a sognare. Le apparve in sogno il buon Dio
che le disse: "Oggi, per tre volte sono
venuto a visitarti, e per tre volte non mi
hai ricevuto".

I regali nello sgabuzzino
Il postino suonò due volte. Mancavano cinque
giorni a Natale. Aveva fra le braccia un
grosso pacco avvolto in carta preziosamente
disegnata e legato con nastri dorati.
«Avanti», disse una voce dall'interno.
Il postino entrò. Era una casa malandata: si
trovò in una stanza piena d'ombre e di
polvere. Seduto in una poltrona c'era un
vecchio.
«Guardi che stupendo paccone di Natale!»
disse allegramente il postino.
«Grazie. Lo metta pure per terra», disse il
vecchio con la voce più triste che mai.
Il postino rimase imbambolato con il grosso
pacco in mano. Intuiva benissimo che il
pacco era pieno di cose buone e quel vecchio
non aveva certo l'aria di spassarsela bene.
Allora, perché era così triste?
«Ma, signore, non dovrebbe fare un po' di
festa a questo magnifico regalo?».
«Non posso... Non posso proprio», disse il
vecchio con le lacrime agli occhi. E
raccontò al postino la storia della figlia
che si era sposata nella città vicina ed era
diventata ricca. Tutti gli anni gli mandava
un pacco, per Natale, con un bigliettino:
«Da tua figlia Luisa e marito». Mai un
augurio personale, una visita, un invito:
«Vieni a passare il Natale con noi».
«Venga a vedere», aggiunse il vecchio e si
alzò stancamente.
Il postino lo seguì fino ad uno sgabuzzino.
Il vecchio aprì la porta.
«Ma...» fece il postino.
Lo sgabuzzino traboccava di regali natalizi.
Erano tutti quelli dei Natali precedenti.
Intatti, con la loro preziosa carta e i
nastri luccicanti.
«Ma non li ha neanche aperti!» esclamò il
postino allibito.
«No», disse mestamente il vecchio. «Non c'è
amore dentro».

I gessetti colorati
Nessuno sapeva quando quell'uomo fosse
arrivato in città. Sembrava sempre stato là,
sul marciapiede della via più affollata,
quella dei negozi, dei ristoranti, dei
cinema eleganti, del passeggio serale, degli
incontri degli innamorati.
Ginocchioni per terra, con dei gessetti
colorati, dipingeva angeli e paesaggi
meravigliosi, pieni di sole, bambini felici,
fiori che sbocciavano e sogni di libertà.
Da tanto tempo, la gente della città si era
abituata all'uomo. Qualcuno getteva una
moneta sul disegno. Qualche volta si
fermavano e gli parlavano. Gli parlavano
delle loro preoccupazioni, delle loro
speranze; gli parlavano dei loro bambini:
del più piccolo che voleva ancora dormire
nel lettone e del più grande che non sapeva
che Facoltà scegliere, perché il futuro è
difficile da decifrare...
L'uomo ascoltava. Ascoltava molto e parlava
poco.
Un giorno, l'uomo cominciò a raccogliere le
sue cose per andarsene.
Si riunirono tutti intorno a lui e lo
guardavano. Lo guardavano ed aspettavano.
"Lasciaci qualcosa. Per ricordare".
L'uomo mostrava le sue mani vuote: che cosa
poteva donare?
Ma la gente lo circondava e aspettava.
Allora l'uomo estrasse dallo zainetto i suoi
gessetti di tutti i colori, quelli che gli
erano serviti per dipingere angeli, fiori e
sogni, e li distribuì alla gente.
Un pezzo di gessetto colorato ciascuno, poi
senza dire una parola se ne andò.
Che cosa fece la gente dei gessetti
colorati? Qualcuno lo inquadrò, qualcuno lo
portò al museo civico di arte moderna,
qualcuno lo mise in un cassetto, la
maggioranza se ne dimenticò.
E' venuto un Uomo ed ha lasciato anche a te
la possibilità di colorare il mondo. Tu che
hai fatto dei tuoi gessetti?

La vecchia signora scorbutica
Sul tavolino da notte di una vecchia signora
ricoverata in un ospizio per anziani, il
giorno dopo la sua morte, fu ritrovata
questa lettera. Era indirizzata alla
giovane infermiera del reparto.
«Cosa vedi, tu che mi curi? Chi vedi, quando
mi guardi? Cosa pensi, quando mi lasci? E
cosa dici quando parli di me?
Il più delle volte vedi una vecchia
scorbutica, un po' pazza, lo sguardo
smarrito, che non è più completamente
lucida, che sbava quando mangia e non
risponde mai quando dovrebbe.
E non smette di perdere le scarpe e calze,
che docile o no, ti lascia fare come vuoi,
il bagno e i pasti per occupare la lunga
giornata grigia.
È questo che vedi!
Allora apri gli occhi. Non sono io.
Ti dirò chi sono.
Sono l'ultima di dieci figli con un padre e
una madre. Fratelli e sorelle che si
amavano.
Una giovane di 16 anni, con le ali ai piedi,
sognante che presto avrebbe incontrato un
fidanzato. Sposata già a vent'anni.
Il mio cuore salta di gioia al ricordo dei
propositi fatti in quel giorno.
Ho 25 anni ora e un figlio mio, che ha
bisogno di me per costruirsi una casa.
Una donna di 30 anni, mio figlio cresce in
fretta, siamo legati l'uno all'altra da
vincoli che dureranno. Quarant'anni, presto
lui se ne andrà. Ma il mio uomo veglia al
mio fianco.
Cinquant'anni, intorno a me giocano daccapo
dei bimbi.
Rieccomi con dei bambini, io e il mio
diletto.
Poi ecco i giorni bui, mio marito muore.
Guardo al futuro fremendo di paura, giacché
i miei figli sono completamente occupati ad
allevare i loro.
E penso agli anni e all'amore che ho
conosciuto. Ora sono vecchia. La natura è
crudele, si diverte a far passare la
vecchiaia per pazzia. Il mio corpo mi
lascia, il fascino e la forza mi
abbandonano. E con l'età avanzata laddove un
tempo ebbi un cuore vi è ora una pietra.
Ma in questa vecchia carcassa rimane la
ragazza il cui vecchio cuore si gonfia senza
posa. Mi ricordo le gioie, mi ricordo i
dolori, e sento daccapo la mia vita e amo.
Ripenso agli anni troppo brevi e troppo
presto passati. E accetto l'implacabile
realtà "che niente può durare".
Allora apri gli occhi, tu che mi curi, e
guarda non la vecchia scorbutica... Guarda
meglio e mi vedrai».
Quanti volti, quanti occhi, quante mani
incrociamo, ogni giorno. Che cosa
guardiamo? Le rughe, le ostilità, i dubbi,
le durezze. Se imparassimo invece a guardare
i sogni, i palpiti, gli amori spesso così
accuratamente nascosti?

Il cane allo specchio
Vagabondando qua e là, un grosso cane finì
in una stanza in cui le pareti erano dei
grandi specchi.
Così si vide improvvisamente circondato da
cani. Si infuriò, cominciò a digrignare i
denti e a ringhiare. Tutti i cani delle
pareti, naturalmente, fecero altrettanto,
scoprendo le loro minacciose zanne.
Il cane cominciò a girare vorticosamente su
se stesso per difendersi contro gli
attaccanti, poi abbaiando rabbiosamente si
scagliò contro uno dei suoi presunti
assalitori.
Finì a terra tramortito e sanguinante per il
tremendo urto contro lo specchio.
Avesse scodinzolato in modo amichevole una
sola volta, tutti i cani degli specchi
l'avrebbero ricambiato. E sarebbe stato un
incontro festoso.
Si trova sempre ciò che si aspetta di
trovare.
C'era una volta un uomo seduto ai bordi di
un'oasi all'entrata di una città del Medio
Oriente. Un giovane si avvicinò e gli
domandò: "Non sono mai venuto da queste
parti. Come sono gli abitanti di questa
città?".
Il vecchio gli rispose con una domanda:
"Com'erano gli abitanti della città da cui
vieni?".
"Egoisti e cattivi. Per questo sono stato
contento di partire di là".
"Così sono gli abitanti di questa città",
gli rispose il vecchio.
Poco dopo, un altro giovane si avvicinò
all'uomo egli pose la stessa domanda: "Sono
appena arrivato in questo paese. Come sono
gli abitanti di questa città?".
L'uomo rispose di nuovo con la stessa
domanda: "Com'erano gli abitanti della città
da cui vieni?".
"Erano buoni, generosi, ospitali, onesti.
Avevo tanti amici e ho fatto molta fatica a
lasciarli".
"Anche gli abitanti di questa città sono
così", rispose il vecchio.
Un mercante che aveva portato i suoi
cammelli all'bbeveraggio aveva udito le
conversazioni e quando il secondo giovane si
allontanò si rivolse al vecchio in tono di
rimprovero: "Come puoi dare due risposte
completamente differenti alla stessa domanda
posta da due persone?".
"Figlio mio", rispose il vecchio, "ciascuno
porta il suo universo nel cuore. Chi non ha
trovato niente di buono in passato, non
troverà niente di buono neanche qui. Al
contrario, colui che aveva degli amici
nell'altra città troverà anche qui degli
amici leali e fedeli. Perché, vedi, le
persone sono ciò che noi troviamo in loro".

Due amici
Molti anni fa, in Cina, vivevano due amici.
Uno era molto bravo a suonare l'arpa.
L'altro era dotatissimo nella rara arte di
saper ascoltare.
Quando il primo suonava o cantava di una
montagna, il secondo diceva: «Vedo la
montagna come se l'avessimo davanti».
Quando il primo suonava a proposito di un
ruscello, colui che ascoltava prorompeva:
«Sento scorrere l'acqua fra le pietre».
Ma un brutto giorno, quello che ascoltava si
ammalò e morì.
Il primo amico tagliò le corde della sua
arpa e non suonò mai più.
Esistiamo veramente se qualcuno ci ascolta.
Il dono più grande che possiamo fare ad una
persona è ascoltarla «veramente».
Una ragazza molto sensibile parlò con un
insegnante di un suo problema molto
sentito. L'insegnante le suggerì di parlarne
con i genitori. La ragazza ci provò, ma,
anche di fronte alla sua angoscia e
confusione, i suoi avevano minimizzato e
avevano cambiato discorso, assicurandole
che «stava esagerando», che «avrebbe
superato il problema», ecc. Rifiutarono la
discussione come se, ignorandolo, il
problema potesse risolversi da sé.
Solo dopo un tentativo di suicidio della
figlia i genitori reagirono: «Perché non ci
hai detto che avevi dei problemi?» le
chiesero.
«E voi, perché non avete ascoltato quando ve
lo dicevo?».
Una bambina ha scritto: «Alla sera, quando
sono a letto, mi volto verso il muro e mi
parlo, perché io mi ascolto».

La nuvola e la duna
Una nuvola giovane giovane (ma, è risaputo,
la vita delle nuvole è breve e movimentata)
faceva la sua prima cavalcata nei cieli, con
un branco di nuvoloni gonfi e bizzarri.
Quando passarono sul grande deserto del
Sahara, le altre nuvole, più esperte, la
incitarono: "Corri, corri! Se ti fermi qui
sei perduta".
La nuvola però era curiosa, come tutti i
giovani, e si lasciò scivolare in fondo al
branco delle nuvole, così simile ad una
mandria di bisonti sgroppanti.
"Cosa fai? Muoviti!", le ringhiò dietro il
vento.
Ma la nuvoletta aveva visto le dune di
sabbia dorata: uno spettacolo affascinante.
E planò leggera leggera. Le dune sembravano
nuvole d'oro accarezzate dal vento.
Una di esse le sorrise. "Ciao", le disse.
Era una duna molto graziosa, appena formata
dal vento, che le scompigliava la luccicante
chioma.
"Ciao. Io mi chiamo Ola", si presentò la
nuvola.
"Io, Una", replicò la duna.
"Com'è la tua vita lì giù?".
"Bé... Sole e vento. Fa un po' caldo ma ci
si arrangia. E la tua?".
"Sole e vento... grandi corse nel cielo".
"La mia vita è molto breve. Quando tornerà
il gran vento, forse sparirò".
"Ti dispiace?".
"Un po'. Mi sembra di non servire a niente".
"Anch'io mi trasformerò preso in pioggia e
cadrò. E' il mio destino".
La duna esitò un attimo e poi disse: "Lo sai
che noi chiamiamo la pioggia Paradiso?".
"Non sapevo di essere così importante", rise
la nuvola.
"Ho sentito raccontare da alcune vecchie
dune quanto sia bella la pioggia. Noi ci
copriamo di cose meravigliose che si
chiamano erba e fiori".
"Oh, è vero. Li ho visti".
"Probabilmente io non li vedrò mai",
concluse mestamente la duna.
La nuvola rifletté un attimo, poi disse:
"Potrei pioverti addosso io...".
"Ma morirai...".
"Tu però, fiorirai", disse la nuvola e si
lasciò cadere, diventando pioggia
iridescente.
Il giorno dopo la piccola duna era fiorita.
Una delle più belle preghiere che conosco
dice: "Signore, fa' di me una lampada.
Brucerò me stesso, ma darò luce agli altri".

Questi brani sono stati trascritti da:
L'importante è la rosa, C'è qualcuno lassù,
a volte basta un raggio di sole
Di Bruno Ferrero
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