Una
leggenda
racconta
di un
piccolo
uccellino
marrone
che si
trovava
nella
stalla
di Gesù
Bambino
a
Betlemme.
La
notte,
mentre
tutti
dormivano,
si
accorse
che il
fuoco si
stava
spegnendo.
Si
avvicinò
alle
braci e,
muovendo
le ali,
mantenne
il fuoco
vivo per
tutta la
notte,
scaldando
così il
Bambinello.
Al
mattino
si
accorse
di avere
il petto
di un
bel
rosso
brillante,
simbolo
del suo
amore
verso il
Bambino
Gesù.
|
Un'altra
leggenda
invece
parla di
un
pettirosso
che
aveva
trovato
riparo
sotto il
tetto
della
stalla.
Alla
nascità
di Gesù
unì il
suo
canto a
quello
degli
angeli.
Fu il
primo
canto di
uccello
che udì
il
Bambino
Gesù
che, per
ringraziarlo,
rese la
sua voce
ancora
più
dolce e
melodiosa
durante
l'inverno,
specialmente
nel
periodo
natalizio.
|
Camilla
C'era
una
volta
una
bambina
di nome
Camilla.
Aveva
nove
anni, i
suoi
capelli
ricci e
lunghi
si
adagiavano
su
quelle
tenere
sue
spalle,
i suoi
occhi
azzurri
come il
cielo
davano
pace a
chi li
guardasse,
le sue
labbra
come
petali
di rosa
risaltavano
su quel
viso
roseo
pallido.
Camilla
era
paralitica
dalla
vita in
giù
dalla
nascita,
ed era
costretta
a stare
sulla
carrozzella.
Non
c'era
domenica
che non
mancasse
alla
messa, e
che non
si
cibasse
del
corpo e
il
sangue
di Gesù.
Un
martedì
mattina
Camilla
si era
alzata
con
l'idea
di
andare
in
chiesa,
che per
fortuna
non
distava
molto
dalla
sua
casa,
fece di
tutto
per
andarci
da sola
- per
gli
scalini
avrebbe
chiesto
aiuto ai
fedeli
che come
tutte le
mattine
andavano
a messa
- fino a
quando i
genitori
acconsentirono.
Ora era
sola
nella
strada
imbiancata
dalla
neve che
era
caduta
durante
la
notte,
fece un
lungo
sospiro
e poi
con
quelle
mani
fragili
e gelide
fece
girare
le ruote
della
carrozzella
finchè
non
arrivò
davanti
alla
chiesa.
Ora
davanti
a lei si
presentarono
cinque
grandi
gradini,
e
nessuno
quella
mattina
andò a
messa;
"come
faccio
ora ha
superare
quell'ostacolo?
tanta
fatica
per
niente"
pensò.
Nel
frattempo
ricominciò
a
nevicare,
"domani
sarebbe
stato
Natale",
disse
dentro
di se;
si
guardava
intorno
sperando
che
passasse
qualcuno
che
l'aiutasse,
aspettò
più di
un ora,
si era
rassegnata
e stava
per
ritornare
a casa,
quando
dal
grigio
cielo si
apri uno
squarcio
di
azzurro
e ne
discesero
due
meravigliosi
Angeli
che
sollevarono
la
carrozzella
e la
deposero
davanti
all'altare
e con
reverenza
da lei
si
congedarono.
Camilla
fece a
tempo a
regalargli
un
sorriso
ed una
lacrima
prima
che
ritornassero
da dove
erano
venuti.
Prima di
pregare
volle
ringraziarLo
per
averle
mandato
i suoi
Angeli
in
aiuto,
poi fu
silenzio
e con il
cuore
incominciò
a
pregare,
e il suo
pregare
spontaneo
ma vero,
patito e
pianto
commosse
anche
Gesù,
che come
premio
alla sua
devozione
volle
donarle
una
goccia
del suo
sangue
che gli
scivolava
giù
dalla
fronte
su cui
fu posta
la
corona
di
spine.
Quella
goccia
ora
cadde
sulle
sue
gambe, e
subito
un
grande
calore
l'avvolse
in tutto
il
corpo.
Ella
s'impaurì
e pregò
Gesù di
aiutarla.
Mentre
il
calore
aumentava,
(lei non
poteva
sapere
che
quell'immenso
calore
era
l'amor
di Lui
che la
stava
guarendo)
gridò:
"Dio,
Dio mio"
e si
alzò in
piedi
facendo
un passo
e poi un
altro.
Quando
il
calore
andava
attenuandosi
si rese
conto di
essere
in piedi
e di
camminare,
s'inginocchiò
sotto
alla
croce,
alzò il
capo e
il suo
sguardo
fissò
quello
del
Cristo
inchiodato,
e gli
disse:
"Grazie,
per
quella
goccia
di
sangue
che mi
hai
voluto
regalare
come
dono di
Natale",
e la
carrozzella
rimase
un
ricordo
che il
tempo
impolverò.
Da quel
giorno e
da
quell'anno
quella
chiesa
divenne
pellegrinaggio
non solo
di
malati e
d'invalidi,
ma anche
di gente
che non
aveva
niente
da
chiedere,
se non
di
credere
in una
Fede, in
quella
Fede che
non si
vede, ma
che
esiste e
vive.
Angel
|
Natale
al
Fronte
Nel
dicembre
1914
inglesi
e
tedeschi
si
fronteggiavano
dalle
trincee
separate
da una
striscia
di terra
brutta e
piatta,
divisa
al
centro
da filo
spinato.
Di tanto
in tanto
alcune
sagome
si
avventuravano
nella
terra di
nessuno,
ma la
maggior
parte
dei
soldati
rimanevano
nel
fango e
nell'acqua
che
stagnavano
nelle
trincee,
intenti
solo ad
evitare
il fuoco
dei
nemico.
La
Vigilia
di
Natale,
l'aria
era
fredda e
piena di
nebbia.
Improvvisamente
alcuni
soldati
inglesi
stupefatti
videro
delle
luci
avanzare
lungo le
trincee
nemiche.
Poi
venne
l'incredibile
suono di
un
canto. I
soldati
tedeschi
cantavano
Stille
Nacht.
Quando
il canto
cessò i
soldati
inglesi
risposero
con
First
Christmas.
Il canto
da
entrambe
le parti
durò per
un'ora.
Poi una
voce
invitò
tutti a
superare
le
linee.
Un
tedesco
con
grande
coraggio
uscì
dalla
trincea,
attraversò
la terra
di
nessuno
e scese
nella
trincea
inglese.
Altri
commilitoni
lo
seguirono
con le
mani in
tasca
per
dimostrare
che
erano
disarmati.
"Io sono
un
sassone
e voi
degli
anglosassoni.
Perché
mai ci
combattiamo?"
chiese.
Nell'alba
limpida
e fredda
del
giorno
di
Natale
non ci
fu
nessuna
sparatoria.
Gli
uomini
avevano
autonomamente
stabilito
un
giorno
di pace.
"Uno
spirito
più
forte
della
guerra
era
all'opera",
commentò
un
osservatore.
I
comandanti
di
entrambe
le parti
non
approvarono.
Sapevano
che
l'amicizia
fra
nemici
dichiarati
avrebbe
impedito
la
guerra.
Ma la
tregua
continuò.
Perfino
gli
uccelli
selvatici,
che
tanto
tempo
prima
occupavano
il
rumoroso
campo di
battaglia,
ritornarono
e furono
nutriti
dai
soldati.
Sarebbero
stati
salvati
9
milioni
di
uomini,
se quei
soldati
avessero
potuto
obbedire
al loro
desiderio
di
amicizia
e di
pace e
la
tregua
non
fosse
finita
subito
dopo
Natale.
Un
soldato
inglese,
che
aveva
preso
parte a
quella
memorabile
pace
natalizia,
morì
all'età
di 85
anni.
Fino
alla
fine dei
suoi
giorni
non
poteva
sentire
Stille
Nacht
senza
che le
lacrime
gli
rigassero
le
guance.
Si
ricordava
degli
amici
tedeschi
che
aveva
avuto in
quel
giorno
di
Natale e
che, per
quanto
ne
sapeva,
aveva
poi
ucciso
nei
giorni
che
seguirono.
Bruno
Ferrero
|
La messa
della
grande
festa...
...Per
meglio
incominciare
la
festa,
mia
madre
concedeva-
lei così
parsimoniosa-
a sé ed
a me il
sibaritico
lusso
d'una
tazza di
"nero
bollente"
al
tavolino
d'un
caffeuccio,
già
aperto a
quell'ora
sull'angolo
di via
Roma.
Con
lentezza
sapiente
assaporavo
la
bevanda
per me
preziosa,
e mi
riempivo
le nari
del suo
aroma;
non
avrei
voluto
finire
mai. Mi
sentivo
calda
calda,
con le
vampe al
viso; e
leggerissima.
L'atmosfera
fumosa e
satura
di
alcool,
il banco
rivestito
di
metallo
bianco
riflettente
le
fiammelle
del gas,
le
bottiglie
multicolori
allineate
sulle
scansie
eccitavano
la mia
fantasia.
-
Presto,
presto-
diceva
la
mamma,
alzandosi
snella e
pagando
al
banco-
presto,
presto:
che non
s'arrivi
a messa
già
incominciata!...
Ancora
un tuffo
nelle
vie
buie:
ancora
ammiccar
di
fanali
pazienti
e saggi:
poi,
l'aprirsi
di una
porta
chiodata,
il
sollevarsi
d'una
pesante
portiera:
uno
splendor
di lumi,
un'ondata
d'incenso,
un
fremere,
un
piangere
d'organo.
Beatitudine
d'essere
in
chiesa!
I miei
sensi
già
vigili
si
placavano
in
quell'armonia
calda e
ricca di
vermiglio
e d'oro,
di
fiammelle,
di
riflessi,
di
sacerdoti
dai
movimenti
nobili e
ritmici
nei
càmici
di
trina,
nelle
pianete
di
damasco.
Fra
quelle
bellezze
potevo
evadere
dalla
povertà
di casa
mia,
dalla
meschinità
rigida e
nuda
delle
aule
scolastiche,
dalla
chiassosa
volgarità
della
strada.
Cercava,
la
mamma,
per
farmi
felice-
a quella
messa
mattiniera
di
Natale di
portarmi
a sedere
proprio
dinanzi
al
presepe,
che era
esposto
a
destra,
sotto
l'altare.
A bocca
semichiusa,
con
occhi
estatici
ammiravo
il
Bambino,
contavo
i
pastori,
i
mandriani
e le
loro
offerte,
e
rifacevo
con la
fantasia
il
viaggio
dei Re
Magi,
sotto la
guida
della
stella
di
Oriente.
Ma non
potevo
fare a
meno di
guardare,
volgendo
la
testa,
anche i
quadri
della
Via
Crucis,
appesi
lungo la
navata
centrale,
e messi
in luce
dalle
fiamme,
dei
molti
candelabri,
tra
festoni
rossi
frangiati
d'oro.
Ada
Negri
|
Il
Tronchetto
Ogni
sera,
quando
il padre
di
Nellina
rientrava
dal
bosco,
scuoteva
la neve
dagli
stivali
e
brontolava:
"Oh, là
là! Che
caldo
fa, qui!
Sembra
un
forno!
Guarda,
Nellina,
i vetri
delle
finestre
sono
tutti
appannati!
E poi,
sempre
questo
odore di
dolci e
creme
bruciacchiate!
Toh,
guarda
tua
madre,
coperta
di
farina
dalla
testa ai
piedi!
Che idea
che ho
avuto di
sposare
una
fornaia!".
Naturalmente
la mamma
di
Nellina
non era
contenta.
I suoi
occhi
brillavano
di
collera.
Gridava:
"Che
cosa?
Dolci
bruciacchiati?
lo? I
miei
panettoni
farciti
sono i
migliori
dei
mondo! E
poi io
faccio
delle
cose con
le mie
mani.
Tu,
grand'uomo,
non fai
che
demolire
dei
poveri
alberi
che non
t'hanno
fatto
niente.
Guardalo,
Nellina,
tutto
coperto
di
segatura
dalla
testa ai
piedi!".
Nellina
ne aveva
abbastanza
di
questi
litigi.
Si
arrotolava
le
trecce
bionde
forte
forte
intorno
alle
orecchie
e non
sentiva
più
niente.
Ma il
papà
continuava
a
gridare:
"Questa
sedia è
tutta
appiccicosa.
È ancora
la tua
crema!".
E la
mamma
urlava:
"Crema?
ma quale
crema: è
la
resina
dei tuoi
maledetti
alberi.
La
spiaccichi
dappertutto!".
Quella
sera,
Nellina
piangeva
nel suo
lettino.
Amava
tanto il
papà e
la
mamma.
Ma ora
esageravano.
Due
giorni
dopo era
Natale e
loro non
facevano
nessuno
sforzo
per
andare
d'accordo
e
passare
una
bella
festa
insieme.
Il papà
si era
rifiutato
di
ridipingere
l'insegna
della
pasticceria.
La mamma
non
aveva
voluto
rammendare
il gilet
dei
marito.
I grossi
lacrimoni
di
Nellina
bagnavano
la sua
bambola
preferita.
Il
giorno
dopo
Nellina
raccontò
tutto al
cugino
Gianni.
"Non
serve a
niente
piangere"
le disse
Gianni.
"Devi
fare
qualcosa.
I tuoi
genitori
ti
vogliono
bene.
Prepara
tu la
festa.
Fabbrica
un
regalino,
addobba
la casa
e Natale
sarà una
festa
fantastica!".
Nellina
tornò a
casa di
corsa.
Aprì le
finestre,
spazzò
fuori
farina e
segatura.
Pulì e
lucidò.
Decorò
la casa
con
rametti
di
agrifoglio
e carta
crespa,
aggiustò
il gilet
del papà
e stirò
il
nastro
che la
mamma si
annodava
nei
capelli.
Poi si
disse:
"E
adesso
preparo
una
bella
sorpresa!
Almeno a
Natale
non
litigheranno".
E mentre
mamma e
papà
erano al
lavoro,
Nellina
preparò
la sua
sorpresa,
ridendo
da sola.
Quando
il padre
rientrò,
non
riuscì a
trattenere
un
fischio
di
sorpresa:
"Oh, là,
là! Che
bella
casa! E
il mio
gilet
riparato
per
Natale".
La madre
a sua
volta:
"La casa
addobbata
e il mio
nastro
lavato e
stirato.
Che
meraviglia!".
Il
giorno
di
Natale,
andarono
a Messa
tutti
insieme
e poi
tornarono
per il
pranzo.
Al
momento
del
dolce,
Nellina
portò la
sua
sorpresa.
Mamma e
papà
aggrottarono
le
sopracciglia.
La mamma
domandò:
"Che
cos'è?
Sembra
un
tronco
d'albero,
con la
corteccia
scura e
un po'
di neve.
È
disgustoso!".
Il papà
annusò e
disse:
"Sa di
biscotti,
cioccolato
e
zucchero
in
polvere.
È
disgustoso!"
Poi,
tutto
d'un
colpo,
la mamma
scoppiò
a ridere
e disse:
"È un
dolce, è
per me.
Grazie
Nellina!"
Il papà
scoppiò
a ridere
anche
lui: "È
un
tronchetto
d'albero,
è per
me.
Grazie
Nellina!"
Nellina,
felice,
gridò:
"È per
tutti e
tre. E
lasciatene
un po'
anche
per
me!".
Bruno
Ferrero
|
I Tre
Agnellini
Lassù
sulle
montagne
del
Tirolo,
c'era un
piccolo
villaggio
dove
tutti
sapevano
scolpire
santi e
Madonne
con
grande
abilità.
Ma
giunse
il tempo
in cui
non ci
furono
più
ordinazioni
per le
loro
belle
statuine
religiose.
Un
pomeriggio
Dritte,
uno dei
maestri
intagliatori,
entrando
nella
sua
bottega
trovò un
fanciullo
biondo,
che
giocava
con le
statuine
del
presepio.
Dritte
gli
disse
con fare
burbero
che le
statuine
del
presepio
non
erano
giocattoli.
Il
bambino
rispose:
"A Gesù
non
importa,
Lui sa
che non
ho
giocattoli
per
giocare".
Maestro
Dritte
commosso
gli
promise
un
agnellino
di legno
con la
testa
che si
muoveva.
"Vienilo
a
prendere
domani
pomeriggio,
però,
strano
che non
ti abbia
mai
visto,
dove
abiti?"
"Là",
rispose
il
fanciullo
indicando
vagamente
l'alto.
Il
giorno
dopo,
prima di
mezzogiorno,
l'agnellino
era
pronto,
bello da
sembrare
vivo. Ad
un
tratto
si
affacciò
alla
porta
della
bottega
di
Dritte
una
giovane
zingara
con un
bambino
in
braccio.
Il
bambino
appena
vide
l'agnellino
protese
le
braccine
e
l'afferrò.
Quando
glielo
vollero
togliere
di mano
si mise
a
piangere
disperato.
Dritte
che non
aveva
nulla da
dare
alla
povera
donna
disse
sospirando:
"Tienilo
pure.
Intaglierò
un altro
agnellino".
Nel
pomeriggio
tardi
Dritte
aveva
appena
terminato
il
secondo
agnellino
quando
Pino, un
povero
orfanello,
venne a
salutarlo.
"Oh! che
meraviglioso
agnello",
disse.
"Posso
averlo
per
piacere?".
"Sì
tienilo
pure,
Pino, io
ne
intaglierò
un
altro".
E così
fece. Ma
il
bambino
dai
capelli
d'oro
non
ritornò,
e
l'agnellino
rimase
abbandonato
sullo
scaffale
della
bottega.
La
situazione
del
villaggio
continuava
a
peggiorare
e Dritte
cominciò
ad
intagliare
giocattoli
per i
bambini
del
villaggio
per far
loro
dimenticare
la fame.
Un
giorno
un
mercante
di
passaggio
si offrì
di
comperare
tutti i
giocattoli
che
Dritte
riusciva
ad
intagliare.
Dritte
rifiutò
di
intagliare
giocattoli
per
denaro:
"Sono
alla
locanda",
disse il
commerciante,
"in caso
cambiate
idea".
La
piccola
Marta
era
molto
malata e
Dritte,
per
farla
sorridere,
le
regalò
l'agnellino
che
aveva
conservato
sullo
scaffale
della
sua
bottega.
Mentre
tornava
dalla
casa di
Marta,
incontrò
il
bambino
dai
capelli
d'oro.
"Ho
tenuto
l'agnellino
fino ad
oggi, ma
tu non
sei
venuto.
Ne farò
subito
un
altro".
"Non ho
bisogno
di un
altro
agnellino"
disse il
fanciullo
scuotendo
il capo,
"quelli
che hai
donato
al
piccolo
zingaro,
a Pino e
a Marta
li hai
donati
anche a
me. Fare
un
giocattolo
può
servire
alla
gloria
di Dio
quanto
intagliare
un
santo".
Un
attimo
dopo il
fanciullo
era
scomparso.
Quella
notte
Dritte
si recò
alla
locanda.
"Costruirò
giocattoli
per
voi",
disse.
"Allora
avete
cambiato
idea"
sussurrò
il
mercante.
"No",
rispose
Dritte
con gli
occhi
scintillanti,
"ma ho
ricevuto
un segno
da Dio!"
Bruno
Ferrero
|
|
|
|
|