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Il paradiso delle gattare
A Graziella
Se esiste il paradiso delle gattare
Quando ci arriverò, stanca del cammino terrestre,
Lì troverò una piazzetta o un muretto
Dove mettere le mie ciotole.
E allora il nero Omar mi correrà davanti,
Facendomi cadere,
E il Patriarca si avvicinerà lentamente, guardingo,
E si metterà dietro un cespuglio…
Da un vialetto laggiù verrà la Sissi,
Traballando sulle zampette sottili.
Dal nulla, come sempre, sorgerà Bavaglina,
E poi sbucherà Federico, un miagolio infantile,
E la Giorgia mi si piazzerà davanti
In attesa dei croccantini.
Quanta gioia nel rivedervi, bambini.
Vorrei che il paradiso delle gattare fosse questo,
Un luogo di Eterno Ritorno
Degli amici perduti.

La gattina “del tabacchino”
In questo mondo crudele e violento
Al tuo piccolo non restava altro da fare
Che morire.
Forse tu lo sapevi?
I tuoi occhi smarriti non mi rispondono.
Piccola e dolce madre, l’ avevi seguito

Il nostro gatto va in Paradiso
.
Il nostro gatto fu rapito in cielo. Le grandi altezze non
gli erano mai piaciute, così cercò di affondare gli artigli
nella cosa, qualunque fosse – serpente invisibile, mano
gigante, o aquila – che lo faceva salire in quel modo, ma
non ebbe fortuna.
Quando arrivò in paradiso trovò un vasto campo. C’erano un
sacco di affarini rosa che correvano da tutte le parti,
tanto che all’inizio pensò che fossero topi. Poi vide Dio
seduto su un albero. Attorno volavano angeli dalle bianche
ali frementi; emettevano versi di colombe. Ogni tanto Dio
allungava una grande zampa pelosa, ne ghermiva uno e se lo
sgranocchiava. Il terreno sotto di lui era coperto di ali
strappate.
Il nostro gatto si mosse con grazia verso l’albero.
“Miao” salutò.
“Miao” rispose Dio. In affetti, era più un ruggito.
“ho sempre pensato che tu fossi un gatto” disse il nostro
gatto, “ma non ne ero sicuro”.
“In paradiso tutto si svela” ribatté Dio. “questa è la forma
che ho scelto per rivelarmi a te”.
“Sono lieto che non sei un cane” continuò il nostro gatto.
“Credi che potrei riavere i miei testicoli?”
“Naturalmente” rispose Dio. “Sono là dietro quel cespuglio”.
Il nostro gatto aveva sempre saputo che i suoi testicoli
dovevano essere da qualche parte. Un giorno si era svegliato
dopo un sogno piuttosto brutto e non li aveva più trovati.
Li aveva cercati ovunque – sotto i divani, sotto i letti,
dentro gli armadi – e invece erano sempre stati là, in
paradiso! Raggiunse il cespuglio ed eccoli. Si riattaccarono
subito.
Il nostro gatto era molto contento. “Grazie” disse.
Dio si stava lavando i lunghi baffi eleganti. “De rien”
rispose.
“Sarebbe possibile aiutarti ad acchiappare qualche angelo?”
domandò il nostro gatto.
“le grandi altezze non ti erano mai piaciute” rispose Dio,
stiracchiandosi lungo il ramo, al sole. Avevo dimenticato di
dirlo. C’era il sole.
“Vero” ammise il nostro gatto. C’era stato un incidente con
un pompiere e una scala che preferiva dimenticare. “Magari
qualche topo?”
“Non sono topi” rispose Dio. “ma prendine pure quanti ne
vuoi. Non ucciderli subito. Falli soffrire.”
“vuoi dire giocare con loro?” chiese il nostro gatto. “mi
mettevo sempre nei guai, per questo”.
“E’ una questione di semantica” disse Dio. “Qui non ti metti
nei guai”.
Il nostro gatto decise di ignorare il commento, dato che non
sapeva che cosa volesse dire ‘semantica’. Non voleva fare
brutta figura. “Se non sono topi che cosa sono?” chiese. Ne
aveva già artigliato uno. Lo tenne giù, sotto la zampa.
Scalciava, e strillava flebilmente.
“Sono anime degli esseri umani che sono stati cattivi sulla
terra” spiegò Dio, socchiudendo gli occhi giallo-verdi.
“Adesso scusami, è l’ora del mio pisolino”.
“Ma allora cosa ci fanno in paradiso?” chiese il nostro
gatto.
“il nostro paradiso è il loro inferno” rispose Dio. “Mi
piace un universo equilibrato”.
(“Our cat goes to heaven” by margaret Atwood. 2006 by
O.W.Toad Ltd, traduzione di Serena Daniele)

Epitaffio per gatti senza nome
Voi che non avete un nome,
malvisti dagli ignoranti e dai violenti,
che vivete sotto le macchine,
girando in cerca di un po’ di cibo e di calore,
magari quello di un motore
che all’indomani diventerà la vostra tomba,
che andate a morire sulle strade trafficate,
falciate dalle ruote,
che rimanete sull’asfalto per giorni,
nell’indifferenza e nell’abbandono,
perdonatemi
perché non ho potuto salvarvi,
perdonatemi
perché io non c’ero,
perdonatemi
perché gli altri uomini
vi hanno ucciso a sangue freddo,
perdonatemi
perché mi vergogno di appartenere alla specie
che considera stracci
voi gatti senza nome,
voi nobili fratelli miei,
voi che sapete rendere felice
il cuore mio che vi ama.
Riposate in pace.

Il gatto di nome Lizun
Un giorno feci il suo ritratto
Da una foto arrivata dalla Russia…
Saltavi su quel davanzale
Fiero delle tue prodezze notturne,
Una fiammata rossa,
Una nuvola di dolcezza.
Chissà se non lo stai facendo adesso
In quel mondo che per te
E’ sempre stato reale
E che scorre attraverso il nostro.
Ah! Si muove la tenda…
Tenero amico mio,
Per i miei occhi umani
E’ soltanto un soffio di vento

Città Vecchia (Trieste)
Alla scomparsa Città Vecchia
E ai suoi gatti
Sui muri e in mezzo ai rovi,
Nella loro infinita attesa,
I “gatti” come anime dei defunti
Vagano tra le ombre,
Fissano con gli occhi speranzosi
Le finestre murate
E le porte sbarrate
Nelle viuzze da dove la vita
Se n’è andata.

Ignoranza
Incolore è il suo mondo
Nulla è la sua impronta
Grigia è la sua bandiera
Ed è spenta e sudicia
La sua minuscola anima
Che si riaccende e si gonfia
Detestando colui che è Diverso
E odiando i Gatti

Romeo
Romeo era un delizioso gatto bianco, randagio. Conobbi
Lui e la sua amica Monica dal veterinario
Sei un ricordo,
Una nuvola bianca
Che sale nel cielo
Leggere, leggera,
Leggera…
Come lo era il tuo respiro.
Cerco il tuo sguardo
Invano…
Su quali prati cammini ora
Sognando le mani
Della tua dolce amica?
In un mondo lontano, lontano
Lontano,
O forse, molto vicino
Corri sui prati fatti di luce
E dei nostri ricordi.

Fratelli
A Gigi Grigetti,
l’amato gatto scomparso
Con il mio morbido pelo
Accarezzai una pietra,
E la pietra mi sorrise, muta:
“Sei un fratello”.
Con i miei occhi lunari
Penetrai nell’animo di un fiore,
E il fiore mi disse, fragile:
“ Ciao, fratello”.
Spiccai un balzo nel cielo,
Toccai una farfalla al volo,
E la farfalla gridò, spaventata:
“Ehi, scherzi, fratello”!
Parlai all’erba, al vento,
Al sole e alle stelle, brillanti,
E sentii risuonare nell’universo:
“Salve, fratello”…
Con il mio passo felpato
Mi avvicinai a un uomo di strada:
“Saluti, Fratello!”
E lessi nella sua mente un pensiero seccato:
“Via di qua, animale”!
Sono un gatto,
Fratello del sole e delle stelle,
Fatto d’erba, di farfalla e di pietra.
Sono soltanto un animale
Per un uomo di strada,
Piccolo e arrogante, che ha paura
Di vivere e soprattutto di morire,
Per cui teme il vento, il sole e le stelle,
E prega il suo Dio,
Credendosi tuttavia superiore
Dell’erba, della farfalla e della pietra.
Non sa quanti fratelli potrebbe avere.
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